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Questo è l'anno di Luigi Ghirri, fotografo del banale quotidiano

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Se, come scrive Luigi Ghirri, quando ci avviciniamo a un luogo ci portiamo dietro una sintesi di vissuto per cui “lo sforzo che quotidianamente siamo portati a compiere è quello di ritrovare uno sguardo che cancella e dimentica l’abitudine; non tanto per rivedere con occhi diversi, quanto per la necessità di orientarsi di nuovo”, questo si è rivelato particolarmente vero negli ultimi due anni. Il 14 febbraio sono trent’anni dalla scomparsa del fotografo, artista e teorico emiliano, ma la sua presenza è sempre più pervasiva all’interno delle nostre vite.

Nel 2021 abbiamo potuto conoscere Ghirri attraverso il suo ritratto in "Pianura" di Marco Belpoliti; "Niente di antico sotto il sole", riedizione del volume di saggi e interviste dell'artista (annesso tour estivo di presentazione); nuovo album di Vasco Brondi, sulla cui copertina è presente uno scatto inedito del fotografo; l'istituzione di due collezioni permanenti, a Roma—qui ricompare Vasco Brondi—e a Reggio Emilia; due mostre a lui dedicate, a Milano e a Sassuolo; l’intitolazione all’artista del premio Giovane Fotografia Italiana; addirittura la copertina del numero di settembre di Vogue.

Sarebbe andata così a prescindere

Per capire come siamo arrivati a una tale popolarità e perché, secondo Adele Ghirri, figlia dell’artista e curatrice dell’Archivio Eredi, «sarebbe andata così a prescindere», bisogna prendere in considerazione diversi fattori. Nato nel 1943 e arrivato ufficialmente alla fotografia nel 1970, Luigi Ghirri ha mantenuto dalla sua formazione di geometra l’astrazione come modalità di accesso al reale. Oggetto costante di ricerca è stato il paradosso stesso della fotografia: unire vero e fittizio, visibile e invisibile, all’interno di una singola immagine.

Ognuna delle iniziative scelte e curate attentamente dagli Eredi negli ultimi anni, insiste Adele Ghirri, ha avuto lo scopo di mostrare quanto la caratterizzazione dell’artista come “maestro della fotografia di paesaggio italiana” sia «limitante e pericolosa nella lettura della sua opera». Non è una coincidenza che tale operazione di recupero, con ripercussioni in ambito internazionale, si sia concentrata più recentemente sugli scatti degli anni '70, nucleo di opere meno conosciute in Italia: gli Eredi si sono imposti di ripartire dagli inizi per poter gettare luce sui lavori successivi, ripubblicando i libri fotografici "Kodachrome" (1978) nel 2012, Colazione sull’Erba (1975) nel 2019, e rendendo possibile nello stesso anno la mostra europea sugli anni ‘70 organizzata dal Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, in collaborazione con il Jeu de Paume di Parigi, e il Museum Folkwang di Essen.

Modena, 1973. © Eredi Luigi Ghirri
Modena, 1973. © Eredi Luigi Ghirri

Il successo attuale dell’artista non coincide, secondo Adele Ghirri, con il fatto che oggi abbiamo gli occhi per capirlo meglio di prima: «abbiamo bisogno di Luigi perché siamo sempre più soffocati da immagini che ci passano davanti a ritmi folli mentre Luigi parlava di “ecologia dello sguardo” e auspicava che le sue fotografie potessero costituire un momento di pausa e riflessione». La figura di Ghirri come anticipatore della sensibilità del postmoderno si è costruita nel tempo sulle sue risposte alla prepotenza delle immagini nel mondo contemporaneo, ponendo in secondo piano la vasta quantità di produzioni scritte e il suo impegno di curatore, con un ruolo centrale all’interno di una rete di scrittori, fotografi e filosofi che condividevano lo stesso obiettivo di riabilitazione del senso visivo.

Ilaria Campioli, curatrice della mostra The Marazzi Years 1975-1985 al Palazzo Ducale di Sassuolo, ricorda le parole ironiche di Franco Vaccari sulla prima mostra di Ghirri, organizzata da un circolo culturale in una hall del Canalgrande Hotel di Modena: «Certo Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato a interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione […]. La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente alle cose; non allude, non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato con i suoi tic estetici. Ma è alla sua prima mostra dopo due anni di ricerca. Si ravvederà?»

E commenta: «Ghirri non era dalla parte dei grandi fotografi paesaggisti né da quella del fotoreportage o dei fotoclub, è andato oltre i tradizionali confini del genere rappresentando una nuova estetica degli spazi quotidiani. Ha creato una cosa che lui ha iniziato e che ora esiste grazie a lui». Si riferisce all’artista come punto di riferimento per molti giovani fotografi oggi, motivo per cui è stato intitolato a lui il premio Giovane Fotografia Italiana nel trentennale della sua morte. Nonostante non sia apparso esplicitamente il suo nome prima di adesso, «a partire dalla prima edizione Ghirri c’è sempre stato in filigrana, anche come approccio alla fotografia: sono progetti di sperimentazione».

Copertina dell’album di Vasco Brondi Paesaggio dopo la battaglia, scatto inedito di Luigi Ghirri
Copertina dell’album di Vasco Brondi Paesaggio dopo la battaglia, scatto inedito di Luigi Ghirri

Pensare-immaginare

A conferma del fatto che Ghirri sia riconosciuto a livello internazionale c’è la selezione insieme ad altri artisti contemporanei per la copertina di settembre di Vogue, a tema rinascita e nuovi inizi. Sono state scelte da Anne Collier due opere del maestro italiano, Amsterdam, 1981 e Modena, 1973. Due foto che dilatano lo spazio all’infinito e si aprono alla generazione di letture sempre diverse.

Marco Belpoliti, nel suo omaggio alla Pianura, ricorda come Celati avesse definito il lavoro di Luigi “pensare-immaginare”: «le immagini fanno immaginare e non corrispondono mai a una vera realtà. C’è stata, e probabilmente ancora c’è, come immagine, e adesso soprattutto come immaginazione. [...]». Ed è qui che entrano in campo quelli che Celati definiva “artifici della vaghezza” perché obbediscono alle leggi del misterioso: nebbia, nuvole, cielo, orizzonti; come per riportare il mondo “al sentimento che abbiamo dei fenomeni”, familiare e reverenziale.

Puglia, 1976. © Eredi Luigi Ghirri
Puglia, 1976. © Eredi Luigi Ghirri

Ilaria Campioli ci dice che Ghirri «da un lato davvero nel panorama italiano è diventato un punto di riferimento, ma per il territorio emiliano lo è stato anche a livello visivo, ha dato quasi una dimensione di dignità e identità». Lo reitera Vasco Brondi raccontando al MAXXI di Roma le foto in esposizione dell’artista e parla di come abbia reso l’Emilia, insieme ai CCCP, qualcosa di «modesto e di leggendario allo stesso tempo». Ma è anche ora di ricordare come Ghirri abbia percorso e catturato altri luoghi: la Puglia, ad esempio, i cui scatti prevalentemente inediti saranno pubblicati a breve da Mack Books con il titolo "Puglia". Tra albe e tramonti.

Quest’estate "Niente di antico sotto il sole" è stato presentato in giro per l’Italia. Adele Ghirri racconta: «La cosa più bella è stato vedere che l'età media del pubblico era di una trentina d'anni, tantissimi ragazzi giovani e non me lo sarei aspettata così tanto. Per me questo riscontro è stato commovente, vedere nuove generazioni alla presentazione di un libro di Luigi che non contiene (volutamente) neanche una fotografia. Lì ho capito che qualcosa si sta muovendo sul serio e che questo momento di maggiore visibilità non è solo un trend del momento.»

Foto di Luigi Ghirri per Marazzi. © Eredi Luigi Ghirri
Foto di Luigi Ghirri per Marazzi. © Eredi Luigi Ghirri

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