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Il risveglio delle donne in Sudan

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Quando Alaa Salah è salita sul tettuccio di un’auto bianca, accompagnando con i suoi orecchini tondi i canti di protesta contro il regime islamista di Omar al-Bashir, qualcosa in Sudan si è rotto: Khartoum è stata costretta a guardare in faccia la determinazione delle sue donne. Nella lunga mobilitazione che ha portato alla destituzione dell’ex presidente ad aprile 2019, sono loro infatti che hanno occupato i posti in prima fila. E mentre il Sudan lotta ancora con la pesante eredità della rivoluzione e l’irrequietezza di una regione come il Darfur, il governo transitorio di Abdalla Hamdok ha rimpiazzato i governatori militari di 18 Stati con civili, di cui due donne. Un atto rivoluzionario che però non è unico.

La primavera sudanese

Le proteste nel Paese si sono scatenate nel dicembre 2018 a causa dall’aumento del prezzo del pane e di altri beni di prima necessità. Da quel momento una serie di scioperi e manifestazioni pacifiche si è susseguita al grido di thawra, “rivoluzione” in arabo. A essere messi in discussione i fondamenti della società sudanese, devastata dalla dittatura trentennale islamista di Omar al-Bashir. Trent’anni di di corruzione e di applicazione della shari´a nella sua versione più integralista. Così i sudanesi, famosi per la loro pazienza, sono scesi in piazza per chiedere la destituzione del presidente e dei suoi uomini, secondo uno schema che ricorda quello delle primavere arabe di otto anni prima: anche in Sudan a fare la rivoluzione sono state le donne. Le loro foto per strada, vestite con il tradizionale thobe bianco, sono diventate l’emblema delle rivolte sudanesi. Schiacciate per anni dalle leggi islamiste e dal peso della crisi economica, rappresentano la porzione di società che ha più da guadagnare dal processo di democratizzazione. E le prime riforme del governo di Hamdok sembrano confermare questa tendenza.

Il risveglio delle donne e la riforma della shari´a

Mentre Hamdok porta con fatica il Paese sulla strada della democrazia, il nuovo governo vuole dimostrarsi all’altezza delle richieste dei manifestanti, muovendo importanti passi in avanti nella riforma della legge islamica, prevedendo, tra le altre cose:


  • abolita la pena di morte per i non musulmani
  • abolito il divieto di bere alcolici sempre per i non musulmani
  • abolita la pena di morte per sodomia
  • le donne potranno viaggiare senza la protezione del capofamiglia

Sono i primi risultati del risveglio femminile, che già a maggio aveva ottenuto la criminalizzazione delle mutilazioni genitali. Secondo l’Unicef, l’87% delle donne sudanesi fra 15 e i 49 anni sono state sottoposte all’Fgm, perché le ragazze ancora integre vengono considerate impure e per questo emarginate. Da quest’anno è prevista, invece, una condanna fino a tre anni di reclusione per chi supporta o pratica mutilazioni genitali femminili. Ma il cammino verso la piena emancipazione è ancora lungo. Ancora pesa l’eredità dei regimi militari che si sono alternati negli anni e che hanno relegato la donna a un ruolo subalterno. Nel Paese, ad esempio, è ancora in atto la Personal status law, che riconosce la validità del matrimonio fin dall’età di dieci anni. Un regalo, insomma, quello del governo di Hamdok a proposito della criminalizzazione delle Fgm che assomiglia a un disperato tentativo di mantenersi al potere e tenere insieme le diverse anime dell’affamata società sudanese.

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