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remake

Non abbiamo più bisogno di remake e reboot

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Oggi li chiamiamo remake, ma se aveste chiesto a un autore di epoca romana cosa fosse l’emulatio, non avreste ottenuto una definizione tanto diversa. Copiare è lecito, ci insegna la storia dell’arte, che sia la prima, la seconda o, nel nostro caso, la settima. Così, mentre Svetonio riprendeva Plutarco o Catullo ricalcava Saffo, la letteratura è andata avanti, mescolando sempre il vecchio con il nuovo, prima di ottenere qualcosa di assolutamente originale. Il cinema, seppur con una storia meno ambiziosa – e più giovane – alle spalle, ci ha abituato fin dal 1904 al riutilizzo, anche creativo, di idee già sfruttate.

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The Great Train Robbery di Edwin S. Porter ebbe, infatti, così tanti apprezzamenti che venne quasi immediatamente “rubato” da Siegmund Lubin: la nuova edizione riprendeva fin troppo fedelmente la precedente – uscita nello stesso anno, tra l’altro – sfruttando il vuoto legislativo in materia di copyright, tanto da costringere la Edison Films ad aggiungere il “solo e l’unico” alla locandina dell’originale.

Il primo remake della storia risale al 1904

Copiare, come detto, vale, ma fino ad un certo punto. Gli stessi autori romani, accanto a emulatio, avevano altri due termini per identificare la presa di ispirazione da un testo già scritto: variatio, quando si riprendeva giusto la forma o l’argomento dell’opera, e imitatio, quando, al contrario dell’emulatio, non c’era nessuno sforzo creativo di dare originalità ad un remake.

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Queste sfumature servono come metro di giudizio valutativo per il fenomeno in questione, che solo nel primo decennio del 2000 ha portato in sala 375 film basati su altri, precedenti. La Disney, tra sequel, prequel e remake, può essere indicata come uno dei principali responsabili di questa tendenza.

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Eppure, stupirà apprenderlo, il film con più rifacimenti nella storia, è un film italiano. Perfetti sconosciuti, uscito appena nel 2016 per la regia di Paolo Genovese, è stato riprodotto in ben 18 occasioni differenti, in altrettanti stati. Una dimostrazione di come, se una storia funziona, ti viene quasi spontaneo riproporla: lo stesso che, sicuramente, ha pensato la Disney, di cui si è accennato poche righe sopra.

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La riedizione dei vecchi classici, quelli che si guardavano in VHS, ha una motivazione semplice: il mito de Il Re Leone, per fare un esempio, vivrà come vivono ancora le storie dei fratelli Grimm. E la casa che ne possiede i diritti, non può risparmiarsi dal far leva sulla popolarità delle sue storie per continuare a guadagnarci. Nulla di immorale, ma non c’è solo l’interesse a spingere verso questa abitudine.

La Disney ha contribuito alla tendenza al remake

C’è, innanzitutto, il progresso. Non è un caso che la maggior parte dei film catalogati sul sito IMDb.com con il tag “remake” (4735 titoli) siano in maggioranza fantascientifici. Spesso, per questi film non conta tanto il contenuto quanto la forma e, allora, appare evidente capire come sia facile far rivivere una storia vecchia con le tecnologie nuove. A volte riesce, a volte no. Restando nel mondo di Walt Disney, il remake è anche un’occasione per riadattare la trama alla contemporaneità: come nel caso di Dumbo, riproposto senza la scena della “sbronza”, oggi probabilmente inaccettabile in un film per bambini. Infine, per la casa di produzione americana, ma non solo, il discorso si amplia se si affronta il tema dei diritti d’autore.

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Come tutte le cose, anch’essi scadono e la Disney si sta muovendo per blindare, se non i disegni originali, almeno i personaggi che ne hanno reso popolare la sua intera produzione. Le sale però, non si riempiono senza persone, e allora si fa presto a fare i calcoli: scelta stilistica, riadattamento e copy sono elementi fondamentali, ma senza la volontà del pubblico di assistere a questi spettacoli, difficilmente sarebbero stati prodotti. D’altronde, siamo stati in grado di riportare Sarabanda su Italia 1, cosa sarà mai Mulan in live-action?

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