VD Logo
VD Search   VD Menu

lgbt

Cosa significa vincere una competizione sportiva per un atleta transgender

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su WhatsApp

Lia Thomas, ventitreenne nuotatrice americana, ha vinto lo scorso 17 marzo la gara delle 500 yard stile libero femminili nel campionato NCAA statunitense. La notizia sportiva – non di rilievo internazionale, va detto – è passata però immediatamente in secondo piano. Lia Catherine Thomas è un’atleta transgender, la prima a vincere una gara di questo tipo, e la sua supremazia sportiva ha scatenato polemiche tra addetti ai lavori e non. Polemiche che hanno portato a una clamorosa decisione del Governatore della Florida Ron DeSantis, che martedì ha firmato una proclamazione che toglie il titolo a Lia Thomas per assegnarlo d’ufficio alla seconda classificata, Emma Weyant (che è appunto originaria della Florida). In Italia, per esempio, la vittoria di Lia Thomas è stata rilanciata anche da Giorgia Meloni, Presidente di Fratelli d’Italia. Su Facebook Meloni ha scritto: «Come si può consentire ad una persona con la forza e la stazza di un uomo di competere a livello sportivo nella categoria femminile? Io lo trovo assurdo, oltre che discriminatorio nei confronti delle altre atlete».

Cosa pensano gli altri sportivi degli atleti transgender

Il dibattito è stato innescato dai commenti anche di alcuni grandi sportivi perplessi dopo la vittoria di Thomas, come Michael Phelps o la leggendaria tennista Martina Navratilova, secondo la quale la NCAA dovrebbe cambiare le regole e «Thomas dovrebbe mettere un asterisco accanto al suo nome», come per distinguersi dalle colleghe cisgender. «Non si tratta di escludere le donne transgender. Ma si tratta di non permettere loro di vincere quando non erano neanche lontanamente vicini a vincere come uomini», ha detto Navratilova.

In un editoriale dello Swimming World Magazine si legge: «Giovedì sera ad Atlanta è andato in scena uno scherzo. E non è stato divertente», scrive John Lohn, il direttore del magazine di nuoto. «Una vittoria nazionale andrebbe celebrata, l’atleta lodata per le sue capacità, la sua dedizione e disciplina. Ma non questa volta. La vittoria di Lia Thomas è un insulto nei confronti delle atlete che hanno gareggiato contro di lei. Contro chi si è battuto per le pari opportunità, contro la scienza, e le inconfondibili differenze fisiologiche tra il sesso maschile e quello femminile».

Cosa dicono le nuove regole

La questione è controversa. Secondo il nuovo regolamento della Federazione Nuoto americana, per poter gareggiare nel campionato femminile NCAA, gli atleti transgender devono semplicemente sottoporsi ad una terapia ormonale che abbassi i livelli di testosterone da almeno un anno. Il Comitato olimpico internazionale aveva invece diramato nuove linee guida a novembre dello scorso anno. Si tratta però di indicazioni – definite “molto più inclusive" – che le singole federazioni possono recepire o meno (come nel caso della Federazione americana di nuoto).

Nelle linee guida del Comitato olimpico non sono più previste analisi dei livelli di testosterone per decidere se iscrivere l’atleta a competizioni maschili o femminili: la pratica è considerata invasiva. «Le nuove linee guida del CIO sono pionieristiche perché riflettono qualcosa che sappiamo da tempo: che gli atleti e le atlete come me partecipano alle competizioni sportive senza alcun vantaggio competitivo, e che la nostra umanità merita di essere rispettata», aveva commentato la calciatrice Quinn, atleta transgender della nazionale canadese. Già a novembre, però, Joanna Harper, studiosa e atleta transgender, aveva individuato quello che è poi il punto cruciale della vicenda di Thomas: «Le donne transgender sono in media più alte, grosse e forti delle donne cisgender, e in molti sport queste caratteristiche rappresentano dei vantaggi».

Essere una sportiva transgender

Valentina Petrillo è stata la prima atleta transgender italiana a gareggiare nelle competizioni femminili paralimpiche. Ipovedente dall’età di 14 anni, da quando ha sette anni sogna di correre in pista con la maglia azzurra e di farlo «come donna». «Quando ho visto l’atleta neozelandese transgender Laurel Hubbard gareggiare a Tokyo, ho pensato a tutto che a livello mediatico ha dovuto subire e che subirà», ha detto a VD. «Purtroppo il valore sportivo viene messo in secondo piano quando si parla di atlete transgender».

Il percorso di transizione, iniziato a 45 anni, ha avuto un forte impatto sul suo corpo. «Non ero più quella di prima. I primi mesi sono stati i più duri, ma dopo il primo anno e mezzo la situazione si è stabilizzata». Ma, secondo Valentina, è il sistema di fare sport a dover essere rivisto. «Bisogna interrogarsi se sia ancora opportuno dividere lo sport in due categorie, maschile e femminile», spiega. «Credo che adesso sia importante parlarne e aprire un tavolo di confronto su questo tema».

Essere adolescenti transessuali in Italia per Fumettibrutti

Segui VD su Instagram.

Topicslgbt  sport  transgender 
ARTICOLI E VIDEO