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Il politically correct soffoca la cultura

Era la fine degli anni ottanta e il multiculturalismo prendeva piede nelle università del Michigan, USA, dove gli studenti stavano elaborando un linguaggio che rompesse con le discriminazioni del passato. Influenzato dal concetto di safe space e da un certo neopuritanesimo, questo nuovo politically correct si trasformò rapidamente, attraverso le dinamiche di gruppo poi amplificate dai social media, in un conformismo linguistico che oggi tende a levigare, appiattire, le idee e le loro espressioni nel nome del rispetto dell'altrui sensibilità. Ma se ci fossimo sempre preoccupati di non offendere gli altri, dal pubblico perbenista degli anni Cinquanta o quello più progressista di oggi, non avremmo la cultura che conosciamo.

Le opere nell’occhio del ciclone

HBO Max, in risposta alle proteste del Black Lives Matter e a un dibattito che da tempo circonda il grande classico del cinema Via col vento, lo ha rimosso dalla propria piattaforma per reintrodurlo con un commentary che spieghi il contesto agli spettatori. Decisione che, prima di essere politicamente corretta, è un’abile manovra di marketing che ha fatto conoscere il servizio on demand di HBO al mondo intero. Ma non è la prima volta che prodotti artistici del passato entrano in contrasto con le nuove sensibilità, incapaci, a quanto pare, di contestualizzare storicamente e culturalmente le opere: dalle accuse di sessismo a Mulan a quelle di razzismo al Mickey Rooney di Colazione da Tiffany, il nostro passato è pieno di ombre che andrebbero scandagliate prima di essere rimosse. Il rischio è, infatti, di scatenare una caccia alle streghe culturale che ci farà perdere più di quanto guadagneremmo.

Dai pronomi alla porte aperte

Socrate? Nelle università americane ci si riferisce al filosofo greco con il pronome “she”, perché in fondo poteva essere anche donna. Guai a usare il pronome “he”, è roba da sessisti incalliti. In Razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del politically correct, Flavio Baroncelli racconta di come in America possa essere molto pericoloso per un professore chiudere la porta durante un colloquio con una studentessa: il rischio è quello di essere accusato di molestie. Tentativi di aprire le porte del mondo con le chiavi del politicamente corretto. Chiavi che, più che includere, finiscono per escludere e diventare un’arma nelle mani degli anti liberal. Perché se le premesse sono valide, i risultati spesso sono da teatro dell’assurdo e testimoniano l’insensata paura a voler chiamare le cose con il loro nome, rinnegandole e procedendo come cavalli bendati nel nostro presente. Eccessi e (mezze) virtù del politically correct, appunto.

Il futuro politicamente corretto

Ci attende quindi un mondo fatto di crociate e ipermoralità in cui la damnatio memoriae sarà all’ordine del giorno per tutto ciò che non riteniamo corretto? Bandiremo le battute scorrette di Ricky Gervais o l’assurda esagerazione di The Wolf of Wall Street, accusati entrambi di omotransfobia, oppure toglieremo le riproduzioni della Maja desnuda da tutte le pareti perché considerate sessiste, come accaduto anni fa alla University of Pennsylvania? Se, da un lato, è più che legittimo criticare e abolire pratiche razziste come la blackface di Pietro il moro in Olanda, censurare o trasformare libri, film e statue ci priva della possibilità di capirne il contesto e quindi di criticarlo ed emanciparcene. La censura ci sprofonda nell’immobilità, in uno spazio sicuro, certo, ma congelato nel tempo. E non ci permette di fare i conti con il nostro passato, di sederci a tu per tu con la nostra coscienza storica. Perché, in fondo, ogni uomo è figlio del suo tempo. Chiedere a Cristoforo Colombo di essere anche politicamente corretto forse è un po’ troppo.

Le statue sotto accusa delle proteste Black Lives Matter
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