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Perché siamo così affascinati dalle distopie

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Da qualche anno il genere distopico sta avendo un successo senza precedenti, soprattutto in campo seriale. Titoli come The Handmaid’s Tale, The Man in the High Castle (la cui quarta e ultima stagione sarà disponibile dal 15 novembre su Amazon Prime Video), Black Mirror (se non sapete cosa guardare su Netflix segnaliamo anche Altered Carbon) e molti altri fanno provare agli spettatori il brivido di vivere nel peggiore dei mondi possibili. La distopia, nata dalle pagine dei romanzi di autori come Philip K. Dick, George Orwell, Margaret Atwood e il profetico Aldous Huxley, ha trovato la sua naturale collocazione in ambito televisivo, dove storie da incubo come Il racconto dell’ancella o La svastica sul sole hanno preso vita davanti ai nostri occhi.

Da Huxley a Dick, il genere distopico

Il genere distopico mescola sapientemente totalitarismo, estremismo ideologico e progresso tecnologico, volto a neutralizzare qualsiasi individualismo e tentativo di reazione. In alcuni casi il tema della tecnologia è così dominante da lasciare in secondo piano o abbandonare completamente l’aspetto ideologico. Pensiamo all’episodio interattivo di Black Mirror, Bandersnatch, in cui la storia veniva mandata avanti dalle scelte degli utenti, manovrando un personaggio che poco alla volta acquisiva coscienza di sé. Il tema dell’uso della tecnologia e del suo impatto sulla società e sui rapporti tra le persone è nel DNA della serie tv inglese: e nonostante le ultime stagioni non siano all’altezza delle prime, Black Mirror ci presenta ancora il conto di un futuro sempre meno immaginario e più reale.

Il rapporto tra uomo e macchina

La Cina propone di usare i social per classificare i cittadini, ma il riconoscimento facciale è già realtà: ne abbiamo visto i drammatici esiti nelle rivolte di Hong Kong. Così come milioni di persone in tutto il mondo hanno indossato la maschera di V per Vendetta per manifestare contro gli eurocrati. Ora l’eroe mascherato di Alan Moore ha il volto stralunato del bravissimo Rami Malek in Mr. Robot, serie tv che mette in scena il complottismo, la paura dello strapotere delle banche, la solitudine dell’individuo che si rifugia nella tecnologia per sfuggire ai rapporti sociali. È dal microcosmo delle esistenze di Elliott e dei personaggi di Black Mirror che arriviamo a comprendere la fascinazione per storie sontuose dagli equilibri mondiali di The Man in the Hig Castle e The Handmaid’s Tale 2, che mostra uno dei elementi naturali del genere distopico: la resistenza. Perché dietro la perfezione dei lineamenti selezionati dall’eugenetica, dietro le strade ripulite dai disperati, dietro la produzione industriale in serie ci sono tumulti che sfociano in ribellioni. Questo è uno degli elementi che ci spinge a ipotizzare perché la distopia stia conoscendo un tale consenso: la naturale rabbia repressa dei popoli si sfoga pacificamente nella visione di serie televisive. E per chi non vuole una sola versione della realtà, ecco l’ucronia di The Man in the High Castle, in cui l’incubo del Ventesimo secolo si concretizza.

L'individuo sacrificato allo strapotere tecnologico

Hitler e i giapponesi hanno vinto la guerra e la svastica domina sui simboli della democrazia americana. A dare speranza c’è la resistenza, che spaccia filmati in cui gli Alleati hanno la meglio: uno scenario che sdoppia la realtà su binari contrapposti, che si fronteggiano e si temono, rappresentando l’uno la distopia dell’altro. L’ucronia diventa chiave per leggere un presente in preda a incertezze e preoccupanti rigurgiti politici, attraverso un passato inesistente ma che ci sussurra inquietantemente all’orecchio. Le serie tv distopiche fungono dunque da esorcismo contro un futuro che spaventa? In epoca di cambiamenti climatici, guerre e diritti negati sarebbe semplice rispondere sì. Ma forse, più che a tenere lontano uno scenario da incubo, servono a risvegliare in noi la coscienza critica. Quelli che davanti alle proteste del protagonista di Bandersnatch si sono interrogati, quelli che si rivedono nelle parole dell’ancella June (“Prima ero addormentata. Ecco come abbiamo lasciato succedere tutto ciò”), sono chiamati alla riflessione tanto quanto i protagonisti delle storie che vedono in tv sono chiamati all’azione.

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