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Ho visto 365, il film più brutto su Netflix

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Saussure considerava la parole come l’atto creativo del parlante che plasma la lingua delle masse per le proprie esigenze soggettive. Eppure, il polacco 365 giorni su Netflix produce un tale blackout delle facoltà verbali dello spettatore, che né parole, né ipnosi regressiva, né tantomeno psicofarmaci possono aiutare a liberarsi dal trauma. Il film determina un vero scollamento tra emozioni e vocabolario, che si rivela, nella sua limitatezza, incapace di dare pienamente conto della bruttezza dell’opera.

365, il film più brutto di Netflix

Di primo acchito, 365 giorni - diventato un guilty pleasure tra gli italiani tanto da balzare in cima alla classifica dei più visti sulla piattaforma - potrebbe essere bollato come un divertente prodotto spazzatura. Cosa che, intendiamoci, in parte è. Le prime scene ci rassicurano in questo senso: a mo’ di manifesto programmatico, il film ci propone un’apertura in cui il sangue sembra succo di pomodoro, e gli “attori” fanno bella mostra di un virtuosismo da recita parrocchiale. Il protagonista, Massimo, è un mafioso dalla mascella scolpita e la pelle bronzea disseminata di tatuaggi. È vero: Michelangelo guardava il blocco di marmo e ci vedeva la statua, Sergio Leone guardava Clint Eastwood e ci vedeva il blocco di marmo, o così amava dire; ma noi vediamo Michele Morrone, interprete del protagonista, e ci vediamo solo un paio di sopracciglia aggrottate. La paresi divenuta recitazione. Più vivace è invece Laura, manager sessualmente frustrata, rapita da Massimo in Sicilia (?) per farla innamorare di lui (??).

La mitologia dello stupro

Più che sui buchi di trama, sulla sceneggiatura pedestre o sulla fotografia da prediciottesimo, occorre concentrarsi su un aspetto più grave: senza troppi giri di parole, 365 giorni è una compiaciuta mitizzazione dello stupro. Per buona parte del film, infatti, il rapporto tra i due coprotagonisti si svolge sotto il segno della costrizione, costrizione che viene biecamente spacciata per pratica proibita e sensuale. Ma l’assenza di consenso non è né proibita né sensuale, è un puro e semplice reato: e nessun prodotto culturale, per quanto trash, può confondere i due piani. Durante il primo incontro con Laura, Massimo dichiara che non farà niente contro la sua volontà, ma di fatto già si contraddice: lo vediamo spingerla, palpandole un seno e grugnendole a pochi millimetri dal viso. Per quasi due ore, Massimo strattona Laura e la vessa, sparando pure a un malcapitato, reo di averci provato con lei. Questo perché la considera cosa propria (una “bambolina”, per dirla con le sue parole). A un certo punto, Massimo costringe la ragazza ad assistere a (uno dei tanti) blowjob, praticatogli da una schiavetta in lacci di cuoio. Altro implicito protagonista del film è, infatti, il membro maschile. Sono interessanti - si fa per dire - i momenti in cui Laura scruta i genitali di Massimo con una sorta di sacro terrore, come se avesse visto l’Angelo dell’Apocalisse, e non un pene (attaccato, peraltro, a un misero esemplare di essere umano). Che la prospettiva del film sia fallogocentrica, e che i genitali del protagonista siano paragonati al Graal, lo dimostra una sfilza di scene disutili: iconica quella di Massimo che, con voce flautata ma diabolica, invita Laura a toccarlo, a suo rischio e pericolo. Come potrebbe essere altrimenti? In una prospettiva violentemente sessista, un fallo è strumento di distruzione e conquista, e non normale parte del corpo («Con lui ammazziam, e con questo chiaviam», gridava il sergente Hartman di Full Metal Jacket).

Per fare un film erotico ci vuole cazzimma

Il sesso vero e proprio, invece, è mortalmente noioso - lui è perennemente sopra, e l’unica cosa che salta all’occhio è che si è rasato molto male i peli sul petto. Per fare un film erotico ci vuole cazzimma, pelo sullo stomaco e conoscenza del tema. Limitarsi a mettere in scena un maschio violento è facile, ma non funziona. Una delle poche ad aver padroneggiato il connubio sottomissione-dominazione è la nostra Wertmuller, in Travolti da un insolito destino: ma era un altro tempo, un altro Cinema. 365 giorni, invece, non è solo girato male e pensato peggio; è pure offensivo - e pericoloso - nell’identificare il piacere femminile con la brutalità di un uomo. Uomo? Un ominicchio, dai. Un quaquaraquà, per dirla con Sciascia, giustificato perché è “un maschio alfa, che sa sempre quello che vuole”. E queste sono cose che, nonostante l’amore per il trash, non vorremmo più vedere nel ventunesimo secolo.

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