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Perché scegliere la moda sostenibile

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Magliette a 4 euro, maxi dress a 10 e pantaloni a 20: rifarsi il guardaroba in negozio o online ogni tre mesi, senza spendere più di 100 euro, è da qualche anno diventato possibile. La versione meno patinata e più economica degli abiti che vediamo addosso alle modelle arriva dritta nei nostri armadi dalle passerelle, grazie a negozi che macinano una collezione ogni due settimane. Ma se la tua maglietta costa meno di un panino, allora è qualcun altro che l’ha pagata al posto tuo. È il prezzo nascosto del fast fashion, e a scontarlo sono ambiente e diritti dei lavoratori. Ecco perché vestirsi in modo sostenibile è diventato necessario. Senza rinunciare al lato estetico ed esclusivo della moda.

I limiti del fast fashion

Tutto è iniziato con l’arrivo di Zara a New York, a fine anni Ottanta. È il New York Times a usare per la prima volta la locuzione “fast fashion” per riferirsi alla catena spagnola, che si vantava di impiegare «15 giorni tra una nuova idea e l'arrivo (del prodotto finito, ndr) nei negozi». A Zara si sono ispirati altri brand, da H&M, a Primark, alla chiacchierata Shein, made in China, ma il modello di business proposto dalla fast fashion non può essere replicato all’infinito, a meno di non infliggere un colpo mortale al pianeta e ai lavoratori.

Basti pensare che più del 60% delle fibre dei tessuti che compriamo dalle catene della fast fashion sono sintetiche, vale a dire derivate da combustibili fossili. E questo significa solo una cosa: quando finiranno in discarica, non si decomporranno. Già nel 2016, un articolo del The Guardian mostrava le conseguenze della fast fashion, svelando l’impatto delle microfibre contenute nei nostri vestiti su fiumi, laghi e oceani.

Ma la fast fashion è un pericolo per l’ambiente anche durante la fase di produzione e realizzazione dei capi. L'industria della moda è, infatti, uno dei settori che consuma più acqua. Un esempio? Sono necessari più di 2mila litri d’acqua per produrre una maglietta di cotone e oltre 7mila litri per un paio di jeans. I coloranti tessili sono, invece, il secondo agente inquinante al mondo, mentre i pesticidi, utilizzati nella coltivazione del cotone, contaminano sia il suolo che le falde acquifere. Secondo un recente studio, poi, circa il 30% degli acquisti online del settore viene successivamente restituito dall’acquirente: una gran parte di questi resi finisce direttamente in discarica. Si pensi che solo negli Stati Uniti, nel 2020, si sono accumulate in discarica 2,6 tonnellate di abiti resi e poi buttati.

L’altra vittima della fast fashion sono i diritti. Nel 2013, il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, che ospitava alcune fabbriche che producevano vestiti da destinare al mercato della fast fashion occidentale, accese i riflettori sulle condizioni dei lavoratori nella filiera della moda veloce. Nell’ultimo anno, alcuni dei più grandi marchi di moda del mondo sono stati denunciati per le violazioni dei diritti umani nei Paesi in cui vengono realizzati i loro vestiti. Insomma, per l’industria della moda è arrivato il momento di rallentare. E di guardare in altre direzioni.

Vestire in modo sostenibile

L’industria dell’abbigliamento non è solo sfruttamento e inquinamento. C’è anche un lato buono, ed è la moda sostenibile, che si prende cura dell’ambiente e delle persone. Chi fa moda sostenibile, quindi, mette in pratica una serie di azioni per ridurre l’impatto dei suoi prodotti: dalla riduzione di CO2 e dell’impiego di acqua durante il processo di produzione, all’uso di un’energia pulita e materiali riciclati. Nella moda sostenibile, anche i lavoratori vengono tutelati: sono retribuiti in modo equo e lavorano in condizioni dignitose.

Un modo di operare, quello della moda sostenibile, in grado di convertire all’ecosostenibilità e all’etica anche alcuni giganti della moda che sulla fast fashion hanno costruito la loro fortuna. E che ha fatto proseliti anche in Italia: la sostenibilità made in Italy è diventata il cavallo di battaglia di tante aziende che oggi producono, ad esempio, sneakers, come ID.EIGHT, e maglioni di cashmere riciclato, come Rifò, con cui VD ha lanciato una collaborazione, per unire sostenibilità e verismo.

Perché la moda sostenibile costa

Tutelare l’ambiente e i diritti ha, però, un peso più impattante per il nostro portafogli. La ragione sta, ad esempio, nei processi di rigenerazione dei tessuti, più alti di quelli di produzione dei tessuti vergini, o dei procedimenti di colorazione del filato in poliestere, recuperato dai rifiuti. Sul prezzo finale incide anche la lunghezza della filiera: il chilometro “0” può abbattere i costi, ma non sempre è possibile fare affidamento su artigiani locali. Ci sono poi le certificazioni di sostenibilità dei prodotti, che costano tempo e decine di migliaia di euro.

Se si guarda però ai prodotti, una maglietta comprata da una grande catena di fast fashion ha sicuramente una durata della vita minore rispetto a una t-shirt di un marchio sostenibile. Comprare veloce, quindi, dà solo l’illusione del risparmio, perché dopo pochi mesi, l’abito comprato a poche decine di euro dovrà essere sostituito, rendendo necessaria una nuova spesa. Meglio, quindi, investire su prodotti sostenibili per godere più a lungo dei capi che acquistiamo. E prenderci cura dell’ambiente e degli altri.

La lotta per l'ambiente di Joaquin Phoenix e Rooney Mara

Articolo del 27/05/2022 aggiornato il 5/08/2022.

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