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Intervista a Francesco Polacchi: la strana corrispondenza fra Pivert e fascismo

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Meno di un mese fa, Torino ospitava il Salone del libro. Un’edizione che prometteva di essere identica a tutte le altre e alla quale i cronisti avrebbero dedicato il solito pezzo di ‘colore’. Senonché al Lingotto era presente con un suo stand, poi smantellato, anche la casa editrice “Altaforte” di Francesco Polacchi, dirigente di CasaPound accusato di apologia del fascismo e attivista di Blocco Studentesco l’ala della tartaruga nera all’interno di scuole e università. Da qualche anno Polacchi è presente sul mercato con il suo marchio d’abbigliamento Pivert, da molti ritenuto un mezzo per fare proseliti anche fra i più giovani. Ipotesi che Polacchi rigetta in nome della libertà di iniziativa economica, rivendicando l’apoliticità del brand, ma senza fare passi indietro rispetto alle proprie posizioni neofasciste.

Videodrome: Pivert è uno strumento nato per avvicinare i millennials alla politica passando dai capi d’abbigliamento?

Francesco Polacchi: In realtà questo non è mai stato nell’interesse della mia azienda, anche se personalmente mi dedico all’attivismo da quando avevo sedici anni. Ho deciso di avviare un’attività imprenditoriale, lanciando un mio brand, che però non voleva avere nessun richiamo di tipo politico. Volevo solo crearmi un lavoro, a dispetto di quanto riportato dal Fatto Quotidiano, che ha descritto Pivert come funzionale a CasaPound per farsi conoscere.

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Come hai reagito?

Rispetto a queste dichiarazioni, non ho fatto alcun tipo di passo indietro, pur spiegando che il brand era frutto solo della mia personale iniziativa imprenditoriale. Molte persone continuano ad associare Pivert a Casapound, ma di fatto non è così o quantomeno non è nella mission dell’azienda. Per quanto riguarda le mie convinzioni ideologiche personali, invece, non smentisco niente.

Però molti sostenitori di CasaPound vedono nei vostri capi d’abbigliamento un riconoscimento della propria identità e della propria appartenenza politica.

Con Pivert abbiamo creato un brand che molti ragazzi di CasaPound hanno accolto dando vita a una tendenza, a una moda. Ѐ lo stesso meccanismo che sta alla base di ogni trend.

L'apologia di fascismo nell'Italia del 2019

Quindi Pivert è diventato popolare tra gli attivisti della tartaruga ottagonale solo per caso?

No, non è totalmente una casualità. Il fatto che il brand sia nato da me fa sì che chi appartiene a questa corrente politica sia più interessato ad acquistare questi capi. Però gli acquirenti che fanno parte di CasaPound costituiscono una porzione minoritaria dei nostri clienti. E questo è facilmente dimostrabile: nel 2014 il nostro partito prese circa 313 mila voti. Magari si fossero tradotti tutti in compratori.

Il tuo brand è infatti anche fra i main sponsor di “Primato nazionale”.

Più precisamente, sono l’editore sia di “Primato nazionale” che di “Altaforte”. Ma non vedo niente di male a dedicarsi a iniziative imprenditoriali diverse, pur non nascondendo le mie convinzioni. “Primato nazionale” e “Altaforte” sono il mio fiore all’occhiello. Mediaticamente abbiamo, infatti, dimostrato di saper reggere il confronto con l’intellighenzia di sinistra.

A chi si rivolge Pivert?

Principalmente a uomini fra i trenta e i quarant’anni.

La vostra prima collezione si chiama “Semidio”. Un riferimento alla lontana a Nietzsche?

La nostra intenzione è quella di raccontare storie nuove. Dalla mia analisi di mercato su tutti gli altri brand, era emersa una distanza sempre più ampia fra i marchi da “sottoproletariato”, che con le loro campagne marketing mirano a coinvolgere un pubblico di questo tipo, nonostante i prezzi importanti, e quelli di lusso. Nella fascia intermedia si era venuto a creare un vuoto di comunicativo. Per questo ho voluto raccontare un uomo diverso, nel quale mi riconosco pure io.

«Con Pivert abbiamo creato un brand che molti ragazzi di CasaPound hanno accolto dando vita a una tendenza, a una moda»

«Con Pivert abbiamo creato un brand che molti ragazzi di CasaPound hanno accolto dando vita a una tendenza, a una moda»

Di che tipo?

Un uomo che non si arrende al proprio destino, che vuole essere artefice del proprio futuro, che sappia intervenire nel terreno in cui opera e che modifica il presente, ma soprattutto padrone di se stesso. Ecco da dove nasce, ad esempio, la collezione “Semidio”: non un dio, uno snob, che vive nel lusso, né il sub-proletario che vive di assistenzialismo in un’epoca in cui bisogna camminare da soli.

E la donna ‘Pivert’?

È un uomo ‘dall’altra parte’.

«Raccontiamo un uomo diverso: né uno snob, che vive nel lusso, né il sub-proletario che vive di assistenzialismo, ma un Semidio»

La descrizione della collezione “Victores” riporta subito nella prima riga la parola “Vincere”. Citazione mussoliniana?

In realtà non c’è alcun riferimento al Duce, voleva essere solo un inno alla dea della Vittoria. Le mie campagne marketing non hanno come scopo quello di far votare CasaPound, anche se non nascondo la mia provenienza culturale. La mia idea è quella di diventare il ‘Benetton di destra’.

Cosa intendi con “provenienza culturale”?

Mi ritengo un patriota e un sovranista. Con Pivert attuo un modo di fare impresa che non tradisce i miei ideali, lavorando con prodotti made in Italy.

I giovani italiani sono i più schierati a destra di tutta Europa

Chi definisce gli attivisti di CasaPound ‘fascisti’ ha ragione?

A lungo abbiamo risposto a queste domande. Oggi non c’è la possibilità di avviare un dialogo costruttivo sul piano storico. Quando, come CasaPound, veniamo interrogati su questo, ci sembra di dover rispondere a un quiz. Ed è poco produttivo. Noi siamo fieri della nostra storia, anche dell’era fascista, non ci giriamo intorno.

Questa visione si ripercuote anche sul brand Pivert?

Accostare questo marchio al fascismo è una brutta semplificazione. Non è quello che vorrei vedere scritto

Circa un anno fa Salvini veniva attaccato per aver indossato un giubbotto firmato Pivert. Come hai vissuto la vicenda?

Bene da un punto di vista commerciale, ma ho trovato assurdo che chi si batte per la libertà di parola, in quella determinata circostanza, quasi mettesse in dubbio la mia possibilità di continuare a lavorare. Per me si è trattato di un atto di una violenza inaudita.

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