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concerto piazza capossela

È giusto pagare per un concerto in piazza?

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Processo all’industria culturale, a oltre quarant’anni di distanza dall’incursione degli Autoriduttori sul palco di Francesco De Gregori. Stavolta è sulle note scanzonate de L’acqua chiara alla fontana che un centinaio di studenti ha scavalcato le transenne in piazza dei Cavalieri a Pisa durante il concerto di Vinicio Capossela. Il cantante ha poi passato il microfono a tre ragazzi che hanno spiegato il motivo dell’interruzione. «Queste piazze fanno parte della nostra identità. Per stare bene non possiamo pagare 40, 50, 60, 70 euro» hanno detto.

Il concerto di Vinicio Cappossela a Pisa è stato interrotto da un gruppo di studenti

Il concerto di Vinicio Cappossela a Pisa è stato interrotto da un gruppo di studenti

La prima edizione di NumeriPrimi, festival promosso dall’amministrazione leghista, rappresenterebbe quindi un’operazione di «chiusura e commercializzazione della piazza pubblica più importante della città». Insomma, secondo i ragazzi del collettivo Exploit, una trovata per escludere i giovani e gli studenti dal concerto, dal divertimento, ma soprattutto da una cultura che sia a portata di tutti. Un’idea che, se portata all’estremo, rischia di ridurre l’artista a una funzione di pubblica assistenza, dimenticando che a stomaco vuoto l’occhio sul mondo si fa meno limpido.

La piazza è di tutti, anche di chi è disposto a pagare per vedere un concerto

Certo libertà e cultura non dovrebbero essere merci, ma la vera domanda da porsi è se, però, sia giusto che chi fa arte venga pensato come un limone da spremere fino all’ultima goccia in nome del godimento altrui, calpestando il suo diritto ad autodeterminarsi.

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Un fatto che, piaccia o no, passa anche attraverso i soldi. Forse la vera degradazione a merce nasce nel momento in cui si corre il pericolo di essere scambiati per quelli che credono sia possibile pagare l’artista in visibilità perché tanto con la cultura «non si mangia». Facile, infatti, riempirsi la bocca con il concetto di 'libero accesso all’arte', più difficile realizzarlo concretamente da parte di amministrazioni e privati senza danneggiare le parti in causa, vale dire il pubblico e l’artista.

È giusto che l'artista sia visto come un limone da spremere in nome dell'intrattenimento altrui?

«Sul nostro tempo e i nostri spazi vogliamo decidere noi», si legge nel volantino lasciato dai ragazzi. Richiesta sacrosanta, ma che sembra nascondere una contraddizione, perché se un luogo è pubblico, allora non è veramente di nessuno. O meglio, è di tutti, compreso di chi decide di pagare un biglietto per godersi un concerto o di chi lo affitta per qualche serata. Disobbedienza, quindi, quasi civile.

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