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Omofobia e diritti LGBTQI: a che punto siamo?

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Se gli italiani emigrano sempre di più (nel 2018 la cifra è di 285mila, flusso aumentato del 50% negli ultimi 10 anni), non lo fanno solo per cercare lavoro. Le interviste realizzate per il progetto What about us, che si occupa di rappresentare e comprendere la comunità LGBTQI+ italiana londinese, ci raccontano quanto, per chi emigra, l’orientamento sessuale possa essere un importante criterio di scelta della città. L’autrice del progetto è Claudia Delrio, pubblicista, studentessa di Comunicazione presso l’università di Richmond a Londra che dichiara di lavorare per «dare una voce a quelle persone che hanno deciso di abbandonare la realtà opprimente che l’Italia propina, ma con la speranza nel cuore e con la forza d’animo di volerla cambiare, anche se da lontano. Questa ricerca sul campo è più di un semplice progetto, ma un movimento per rendere il cambiamento effettivo».

In molti paesi del mondo l

In molti paesi del mondo l'omosessualità è discriminata quando non criminalizzata

I risultati dicono che solo 4 expat su 15 hanno lasciato l’Italia per Londra specificatamente per cercare lavoro e 7 su 15 sono partiti per vivere la propria vita più liberamente e allontanarsi dagli attacchi omofobi. Come dar loro torto: nel 2018 in tutta la penisola sono stati registrati 57 casi di aggressioni omofobe, con una media di 4 al mese. Il 40% degli intervistati pensa inoltre che la comunità italiana LGBTQ+ sia più unita a Londra, capitale percepita come progressista e multietnica, diversa da un’Italia che nonostante abbia legalizzato le unioni civili da più di due anni, rimane in fondo alle classifiche occidentali in tema di tolleranza.

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L’appartenenza all’Unione Europea richiede l’abrogazione delle leggi persecutorie per gli omosessuali e, con il Trattato di Amsterdam, una regolamentazione sul tema. Nel 2011 la maggioranza dei paesi europei ha sottoscritto la risoluzione delle Nazioni Unite che riconosce diritti a omosessuali e transgender e nel 2018 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha riconosciuto la validità del matrimonio egualitario in tutti i paesi membri, anche in stati che ne erano privi. I diritti individuali e familiari sono ormai considerati inscindibili.Ma un conto sono le direttive, un altro le applicazioni. In Italia, ad esempio, i diritti delle ‘famiglie arcobaleno’ sono sanciti dalla legge Cirinnà (2016) sulla Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze. L’approvazione ha causato molte resistenze, e lo sfilarsi dall’accordo del M5S ha costretto il PD ad allinearsi con le forze centriste, sacrificando l’articolo 5, che regolamentava la stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio da parte del padre o della madre non biologica. Una lacuna che pesa sui bambini, nonostante qualche sindaco coraggioso abbia autorizzato la trascrizione all’ufficio Stato Civile dell’anagrafe degli atti di nascita di figli di coppie omogenitoriali.

7 italiani su 15 sono emigrati per vivere la propria vita lontani dagli attacchi omofobi

Manca poi una legge che punisca il reato di omofobia, che sarebbe opportuno discutere pensando alla prevenzione e non solo alla punizione, partendo dai programmi di educazione alla diversità nelle scuole. Un progresso civile che però si dimostra lento e contraddittorio persino nel governo in carica: da una parte 36 senatori del M5S spingono per ampliare l’aggravante dell’omofobia della legge Mancino presentando, proprio nei giorni del Word Congress of Family, un ddl che prevede centri antiviolenza e monitoraggi sul territorio, pene dai sei mesi a sei anni, multe fino a 6000 euro, e il divieto di formare organizzazione fondati sulla discriminazione di genere; dall’altra parte, il vicepresidente della Commissione Infanzia e Adolescenza, omonimo firmatario del ddl Pillon e gran promotore del Word Congress of Family, è stato condannato per diffamazione ai danni di un'associazione LGBTQI di Perugia.

In Italia è uno dei pochi paesi occidentali dove l’omofobia non è punita dalla legge

Sono passati tredici anni dall’elaborazione dei 38 princìpi di Yogyakarta e lo State Sponsored Homophobia, documento prodotto annualmente dall’ILGA (International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex association), mostra un quadro mondiale ancora diviso. 123 paesi permettono la libera scelta del proprio orientamento sessuale, 70 al contrario la considerano un reato criminale, tra cui 11 che prevedono la pena di morte. 

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Ma al netto di quanto appaiano incolmabili queste differenze, sembra che la direzione generale del mondo sia quella di una sempre maggiore marginalizzazione di omofobia e transfobia. In occidente, ogni anno, le lotte per la parità di genere e di orientamento sessuale si fondono sempre di più e giornate come l’8 Marzo non solo sono sempre più partecipate, ma diventano punti catalizzatori di rivendicazioni civili che trascendono i generi e le appartenenze. 

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