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Nelson Mandela, l'uomo oltre l'eroe

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Tra i motivi che hanno spinto George R.R. Martin a scrivere le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, c’era quello di voler superare, in un qualche modo, la visione di J.R.R. Tolkien che la battaglia finisce una volta sconfitto il male. Per lo scrittore delle Cronache, infatti, c’era bisogno di dare risposte realistiche, insomma, di sciogliere l’equazione eroe di guerra=buon governante ed affrontare, quindi, tutti i temi legati alle questioni politico-sociali che lo scontro bellico ha sospeso. La vita di Nelson Mandela, Nobel per la Pace nel ’93 e figura centrale nella fine dell’apartheid in Sudafrica, può essere scandita da questi due momenti: un momento tolkieniano, quello eroico del carcere, ma anche quello ancora precedente della protesta armata, ed uno martiniano, post-scarcerazione, da Presidente della Repubblica Sudafricana. La transizione da eroe popolare – seppur internazionale – a uomo politico, ma ancor più di potere, ha messo Mandela di fronte alle ambiguità che il termine “buon governo” porta in dote.

Le ombre dell'eroe Mandela

Il film del 2009 Invictus, di Clint Eastwood, ha saputo raccontare questo tipo di ambiguità ripercorrendo una tappa fondamentale della politica sociale di Nelson Mandela, ovvero i mondiali di rugby organizzati in Sudafrica nel 1995. Il rugby era, a un anno dall’elezione di Mandela, ancora lo sport esclusivo dei bianchi: inno, bandiera, colori “sociali”, gli Springboks rappresentavano uno dei più forti segnali di continuità con il recente passato segregazionista. L’occasione dei mondiali in casa, ha permesso Mandela di guidare il nuovo corso politico del partito African National Congress: accantonare gli istinti di vendetta razziale e sfruttare la popolarità del rugby nella minoranza bianca per conciliarla con la nuova dirigenza politica. Una scelta inclusiva, per fare in modo che la fine di una apartheid non coincidesse con l'inizio di un’altra e portare così a un primo passo verso la conciliazione nazionale. Cominciò quindi, in sinergia con la squadra capitanata da François Pienaar, un lavoro mediatico per portare il rugby dove non era ancora arrivato: tra le grazie della popolazione nera. Il legame che Mandela intrecciò tra squadra e popolazione, è stata poi suggellata dall'impronosticabile vittoria finale.

Non esiste una strada facile per la libertà

Nel 2014, in occasione delle elezioni, il partito a maggioranza bianca Democratic Alliance, ha presentato come candidata alla presidenza Mamphela Raphele. Se, vent’anni dopo la fine dell’apartheid, la principale forza di opposizione ha candidato una donna di colore come leader di governo, è ragionevole sostenere che Mandela abbia rispettato i parametri del buon governante oltreché dell’eroe? Un sì secco, potrebbe sembrare troppo ridondante, anche se parliamo di Mandela. Ci sono stati problemi, forse più strutturali che di leadership, che non possono passare inosservati: lo stesso Madiba si è autoaccusato di non aver controllato l’epidemia di HIV che ha quintuplicato i malati durante la sua presidenza, così come, nel decennio successivo, il ripresentarsi della discriminazione razziale (tra le differenti etnie africane, più che tra bianchi e neri). Eppure, Mandela è stato in grado di offrire un carattere, nel senso letterario del temine, che Tolkien non avrebbe voluto affrontare e che Martin, con il suo pessimismo, non voleva immaginare. Un leader in grado di comunicare, attraverso il linguaggio politico, un messaggio rivoluzionario: la battaglia più difficile da vincere è quella della pace. Forse è solo fantasia, piuttosto che fantasy. Forse, in un contesto radicalizzato su poli opposti come quello contemporaneo, anche Mandela verrebbe risucchiato dalle contraddizioni, dagli scandali, dai tweet. O forse tendiamo a dimenticare che la migliore qualità dei grandi uomini, o degli eroi, è quella di trascendere il proprio tempo: perché l’intelligenza e la lungimiranza saranno sempre attributi senza epoca

101 anni di Nelson Mandela, il simbolo della libertà
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