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Mindhunter Charles Manson

50 anni di Charles Manson con Mindhunter

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Da quale lato oscuro della società nascono i serial killer? Forse nella seconda stagione di Mindhunter, in arrivo su Netflix, cominceremo a capirlo, attraverso Dennis Lynn Raider, alias BTK Killer, e le parole di Ed Kemper agli agenti dell'FBI Bill Tench e Holden Ford«Se è bravo, non lo prenderete mai», dice sibillinamente Kemper.

Nella seconda stagione di Mindhunter ci sarà anche Charles Manson

Nella seconda stagione di Mindhunter ci sarà anche Charles Manson

Invece Raider è stato preso, decenni dopo il suo debutto sulle scene del crimine americane, così come è stato neutralizzato il nume tutelare, il santo patrono di ogni serial killer, l’ombra che dal primo episodio incombe su Mindhunter: Charles Manson. Il re (impostore) di tutti gli assassini finalmente incrocerà lo sguardo del giovane rampante profiler dell’FBI, e non vediamo l’ora.

Charles Manson non uccise mai materialmente qualcuno, lo fece fare ai suoi seguaci

Nella prima stagione, durante una delle trasferte con Bill Tench, Holden aveva tracciato un quadro di Manson che aveva fatto infuriare la platea di poliziotti venuti a imparare il metodo FBI. Lo aveva definito un reietto della società, un bambino abusato che aveva trascorso metà della sua vita in carcere. La critica alla società americana era trapelata timidamente da queste parole, stroncate da un esercito di poliziotti indignati.

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Ma è un dato di fatto che, a cinquant’anni di distanza, la società americana e mondiale non abbia ancora richiuso la ferita aperta da Charles Manson il 9 agosto 1969, quando la sua Family massacrò Sharon Tate e i suoi amici nella villa del regista Roman Polanski, sulle colline alla moda di Los Angeles.

Mindhunter ci mostra la società americana all'apice della stagione di sangue di Zodiac, Manson e BTK Killer

Poco dopo, a Woodstock, migliaia di giovani avrebbero convissuto per tre giorni in armonia ascoltando Jimi Hendrix, Jefferson Airplane, Santana, Who e tanti altri. Un altro mondo sembrava possibile, i tre giorni di pace e amore sciacquarono in parte la ferita della carneficina. Il concerto di Altamont, organizzato dai Rolling Stones per rifarsi della mancata presenza a Woodstock, avrebbe però segnato la fine dell’utopia hippie, con i suoi disordini causati dal servizio d’ordine di Hell’s Angels, feroci motociclisti responsabili della morte di un ragazzo. Un’estate di amore e morte, sintetizzata alla perfezione da quel figlio dei fiori assassino di “Charlie”.

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L'ombra di Charles Manson ha influenzato la società americana per decenni

La vicenda di Manson, che unisce controcultura, deliri di onnipotenza e supremazia della razza bianca, è un esempio perfetto di quella storia scritta con sangue e inchiostro che è la cronaca dell’America. L’apice di una stagione di assassini che Mindhunter ci racconta benissimo, collocandosi proprio all’indomani della strage di Cielo Drive, nel pieno dell’appassionante vicenda epistolare di Zodiac e negli anni d’oro del regno del terrore di BTK.

In Italia, dove dopo un omicidio ci chiediamo di che nazionalità sia l'assassino, non abbiamo avuto un Manson cui addossare i nostri fallimenti

La storia di Charles Manson, però, accennata nella prima stagione di Mindhunter, fa luce sulle contraddizioni intrinseche della società americana, mostrandoci come un figlio di nessuno, uno sbandato come “Charlie” possa avere come unico desiderio un posto al sole sulle colline dei ricchi, un contratto discografico con la casa di produzione dei Beach Boys, una famiglia fedele e dedita all’uso di droghe. In una parola, il sogno americano, declinato in salsa deviata e omicida, come può interpretarlo il figlio non voluto di una prostituta, cresciuto per strada. Il razzismo, la confusa teoria della predestinazione, rendono questa vicenda esemplificativa di quella parte marcia dell’America, che rifiuta il disagio, ha paura dei poveri e soffia sul vento del conflitto tra bianchi e neri.

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Una contraddizione che, a cinquant’anni di distanza, non è ancora risolta. Tra il muro al confine col Messico voluto strenuamente da Trump, la polizia che fa strage di ragazzi neri, la questione sempre attuale dello squilibrio sociale, l’America non ha imparato dai suoi errori, ma continua ghiotta a cibarsi del suo spettro, del nemico pubblico numero uno, dello spauracchio a cui imputare tutte le colpe. Manson, appunto. Che anche dopo la morte continua a essere cannibalizzato, dal film di Tarantino e dalla seconda stagione di Mindhunter.

Manson è come un archetipo che utilizziamo ogni volta che cerchiamo di identificare i mostri della nostra società

Una contraddizione che non è poi così lontana da noi: nell’era social e in un paese come l’Italia, la domanda principale, a seguito di un omicidio, è “di che nazionalità era il killer?”. Noi non abbiamo avuto un Manson, un babau cui addossare le nostre paure più inconsce, i nostri fallimenti come società. Ma dall’alto dei nostri smartphone, come in un perverso reality, a ogni omicidio eleggiamo il nostro Manson preferito, basta che abbia la pelle scura. Ignorando che Manson, quello vero, i neri li odiava tutti

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