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repubblica del dolore

Il dolore genera più like che empatia

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La Repubblica del dolore. Così lo storico Giovanni De Luna definisce lo Stato italiano, dal momento in cui la politica ha smesso di occuparsi dell’uso e consumo della memoria pubblica. Da quando il 1992 ha spazzato via i partiti tradizionali del Dopoguerra, la classe dirigente che è subentrata si è trovata in difficoltà nel gestire lo spazio della memoria. Questo vuoto, è stato colmato dalle "vittime” che, prive di un potere che le veicoli, si sono adattate alla più spontanea delle regole che organizzano il mondo: il mercato. Seguendo dunque le logiche di domanda e offerta, ecco che le “vittime” affiorano e spariscono, si compiangono o si odiano, si celebrano o, peggio, si negano.

La strumentalizzazione dei caduti delle Foibe, ad esempio, apre un dibattito che annualmente si rinnova, trova il suo spazio, salvo poi sparire sino all’anno successivo. In balia dei venti, i morti valgono quanto i carnefici – e viceversa – solo in base alla sfumatura che si vuole dare alle vittime. Secondo De Luna, il braccio armato di questa nuova memoria, è stato la televisione. Così diffusa, così incline all’essere posta sotto controllo, sebbene ciò, la vecchia TV impallidirebbe lo stesso al confronto con gli attuali (social) media. Nel contesto attuale, in cui la memoria dura in base a quanto si possa scorrere verso il basso su un touchscreen, appare evidente come il peso delle vittime si sia, se possibile, amplificato.

Lo spazio della memoria, nella Repubblica del dolore in cui viviamo, è occupato dalle “vittime”

D’altronde, oggigiorno, il tempo che serve alla memoria per essere utile è lo stesso tempo che ci vuole a riempire un post di like e commenti, più qualche giorno perchè le condivisioni facciano effetto. Magari il contenuto del post verrà ripreso, tornerà a circolare sotto qualche altra forma, tanto è vuoto di significato, serve solo ad un altro padrone che se n’è appropriato. La logica del mercato sa essere spietata, oltreché molto remunerativa. Per questo motivo, è facile capire come ci si sia trovati, di colpo, dalle lacrime di C’è posta per te ai post del genere: “Mio marito si vergogna di me perché sono disabile, voglio avere un condividi sul tuo diario se non ti vergogni anche tu”. Come abbiamo visto, è diventato talmente facile speculare sulla sensibilità che abbiamo verso le vittime che non solo sono diventate padrone del nostro passato, ma anche un utile strumento per il presente.

La logica del mercato che gestisce memoria e dolore sa essere spietata, oltreché molto remunerativa

La criticità che riscontriamo oggi, non deriva tanto dall’uso di determinati argomenti, quanto dalla loro completa decontestualizzazione. Il caso sopracitato, sull’utilizzo della disabilità come mezzo per catturare interazioni sui social, rappresenta il concetto in modo così evidente da rendere quasi superflue le parole. Provate a scrivere nella barra di ricerca del vostro Facebook la parola “disabile” e vedrete dopo quanti – pochi – post troverete una ragazza/donna che reclama cuoricini in sedia a rotelle. Il più delle volte, sono le stesse tre o quattro immagini che vengono “spammate” da altrettante pagine differenti, che si ri-condividono a vicenda, si taggano, in un sistema di scatole cinesi che farebbe impallidire il gioco di holding di Michele Sindona.

Disabilità, malattie, sparizioni, furti o pestaggi sono divenuti merce in mano a pagine social spietate

Disabilità, malattie, sparizioni, furti o pestaggi sono divenuti merce in mano a pagine social spietate

Disabilità, tumori, sparizioni, furti o pestaggi sono ormai diventate merce diffusa, sul mercato del web. Le chiamano pagine “dell’amen”, perché spesso, ciò che si chiede oltre alla condivisione, è una preghiera di commento. Un piccolo gesto di solidarietà che aiuterà la pagina “Quella ragazza stronza, ma dolce” di turno a capitare sulla bacheca di qualche altro amico che, timorato di Dio, pregherà a sua volta diffondendo il verbo. Spesso, fanno leva anche sulla violenza sulle donne, sperando di resuscitare il giusto femminismo da spiaggia in ognuno dei followers.

L’esempio della disabilità per acchiappare like, fa capire come il problema sia la decontestualizzazione di ogni argomento

La tesi di De Luna, per cui la perdita di egemonia della politica sulla memoria abbia reso lo spazio del ricordo un far west, si può estendere anche a questo contesto, con una sola differenza. La politica non ha mai perso il controllo della comunicazione social perché non ce l’ha mai avuto. Anzi, si è piegata, senza mai offrire alternative, a quel linguaggio dei like per cui un gattino vale quanto un mutilato, un piatto di rigatoni quanto uno stupro. Quanto vale? Almeno mille reactions.

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