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Le legge Zan è inclusiva. Le polemiche delle femministe no

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La legge Zan contro l’omotransfobia e la misoginia sembrava scritta apposta per piacere a tutti. O quasi. Perché a levare gli scudi non ci sono solo le destre ma anche alcune delle femministe più importanti del nostro Paese, tra cui Francesca Izzo del movimento Se non ora, quando. Non piace proprio la terminologia “identità di genere” riportata dal Ddl che verrà depositato oggi: per alcune attiviste è un attentato all’individualità basata sul sesso, che rischierebbe di dissolversi, schiacciato dal “gender”, dal genere dichiarato. Un’obiezione quasi paradossale. Ne abbiamo discusso con Lorenzo Bernini, professore all’università di Verona, autore del libro Il sessuale politico (Edizioni ETS) e direttore del centro Politesse, Gabriele Piazzoni, segretario generale Arcigay e con la femminista e giornalista Lea Melandri.

Dal sesso all’identità di genere

Le parole non sono contenitori vuoti da riempire, a piacimento, di significati: ogni termine ha la sua storia. Storia che non è mai neutra. E così la scelta della terminologia “identità di genere” ha fatto saltare su come pernici Arcilesbica e alcune femministe che temono che le persone trans vogliano spazzare via l’identità femminile. Più appropriato, secondo loro, usare “identità transessuale”, perché il sesso non si potrebbe determinare in base a una percezione. Eppure, come ricorda Lorenzo Bernini, «sesso, genere e orientamento sessuale sono tre categorie utilizzate per definire l’identità e la fisicità sessuata degli esseri umani». «Non traducono soltanto la realtà, ma la plasmano e hanno una storia. Questa classificazione è stata elaborata intorno agli anni Cinquanta del Novecento nei centri di sessuologia che si occupavano della correzione dei corpi dei neonati intersex, quelli che nell’Ottocento si chiamavano ermafroditi, e della transizione delle persone trans», spiega. «Questi stessi strumenti concettuali sono stati riutilizzati e rielaborati dalla comunità LGBTQI+ anche per allagarne le maglie». Nel lessico comune, il sesso indica la dimensione fisica, biologica della sessualità, cioè essere maschi o femmine o intersessuali, mentre il genere viene spesso interpretato dalla psicologia come la traduzione culturale del sesso, ovvero il modo in cui una cultura interpreta l’essere maschio o femmina, dal comportamento all’abbigliamento. «Ma nel genere tradizionalmente inteso in realtà non sono previsti generi diversi dal maschile o dal femminile. Generi che invece sappiamo oggi esistere», continua. «Esistono persone che non transitano da un sesso all’altro, cambiando tutto il corpo, ma da un genere all’altro, creando una categoria altra da maschile e femminile. E l’identità è una delle dimensioni che possiamo legare al genere, è quel sentimento che mi fa dire “io sono”, è il senso di sé del soggetto rispetto alle categorie di genere». Classificazioni che aiutano i nostri sistemi giuridici a orientarsi, ma che necessitano di rinnovarsi costantemente. E che alcuni femminismi vorrebbero cristallizzare in termini ancora più escludenti, in nome di una tutela del femminile che sembra essere figlia illegittima ma consapevole di quella che possiamo chiamare eterocisessualità obbligatoria.

Una polemica controproducente

La legge Zan è quello che la società civile aspettava da anni. Ecco perché dividersi adesso, come ricorda, Gabriele Piazzoni di Arcigay, significa darla vinta ai movimenti ultra cattolici e alle destre. «Non è la legge il luogo in cui definiamo confini teorici al nostro modo di leggere il mondo. Siamo chiamati a un dovere altro e alto che è rispondere a chi non solo subisce aggressioni ma anche chi è costretto a cambiare le proprie abitudini per prevenirle», fa sapere. «La formulazione che troviamo scritta è senza dubbio la migliore e la più solida. Ci saranno altri spazi in cui discutere e ridefinire il nostro vocabolario e riassestarci gli uni rispetto agli altri. Chi pone questo all’interno della discussione sulla legge porge il fianco a una destra spericolata che attende di scorgere fratture. Ricordiamoci che è un provvedimento atteso da moltissimi anni, non macchiamoci del suo naufragio». Insomma, per discutere ci sarà tempo più tardi.

Quel rapporto complicato fra identità femminile e identità di genere

Secondo Lea Melandri, alla base del sessismo c’è l’identificazione del femminile e del maschile. Contrapposizioni che creano violenza, dentro e fuori il movimento femminista. «Il femminismo su questi temi non ha la stessa opinione. In ogni contrapposizione c’è il rischio che qualcuno innalzi la propria visione in modo esclusivo ed escludente rispetto ad altri». Eppure è una legge che avrebbe dovuto piacere alle varie voci. «La dicitura identità di genere ha creato problemi: torna al centro dell’attenzione uno dei problemi che attraversa il femminismo da sempre e che è il rapporto sesso/genere. La Izzo dice che attraverso l’identità di genere, la realtà dei corpi femminili viene dissolta. Ma che rapporto c’è tra sesso e genere? Non esiste un corpo che non sia già dentro alla costruzione che ne ha fatto l’ideologia patriarcale. Parlare di corpo femminile e separarlo dal modo in cui viene vissuto è un'astrazione violenta, è non riconoscere che ci sono persone che non si riconoscono in quell’appartenenza sessuata». E così, in nome del corpo, si va a rafforzare il femminile tradizionale, al fianco delle destre. Lasciando le minoranze in pasto alla violenza.

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