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razzismo

L'Italia non è un paese razzista ma...

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In Italia non siamo razzisti ma, su 11 giocatori della nazionale italiana in campo contro il Galles agli Europei, solo 5 si sono inginocchiati per protestare contro il razzismo (Belotti, Pessina, Bernardeschi, Toloi ed Emerson). In Italia non siamo razzisti ma chi assumerebbe una rom come donna delle pulizie? In Italia non siamo razzisti ma abbiamo sketch sui cinesi in TV che ricordano i peggiori stereotipi della Hollywood di mezzo secolo fa. E quando i comici se ne scusano, tirano in ballo il "fascismo del politicamente corretto". Fraintendendo sia il significato di fascismo che di politicamente corretto. Nel Paese del “non sono razzista, ma”, la discriminazione scivola sotto le nostre lingue, mascherandosi ora da pietismo perbenista, ora da razzismo aggressivo. E mentre ci ripetiamo che l’America è un’altra cosa, che da noi George Floyd sarebbe ancora vivo, spostiamo la borsa più in là se sull’autobus accanto a noi si siede un afro-italiano.

Non siamo razzisti ma abbiamo chiuso i porti

L’epidemia di coronavirus ci ha offerto una valida scusa per sbattere la porta in faccia ai migranti senza rimorsi di coscienza. Era il 7 aprile dell'anno scorso quando il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti confermava «l'impossibilità di garantire porti sicuri in Italia a navi battenti bandiera straniera» in merito alla richiesta di soccorso della Alan Kurdi, gestita dalla tedesca Sea-Eye, che aveva soccorso 156 persone nel tratto di mare tra Italia e Libia, unica nave ONG nell’area. «A causa dell'emergenza pandemica Covid19, i porti infatti non presentano più i necessari requisiti sanitari richiesti dalla convenzione di Amburgo», si leggeva nel decreto firmato dai ministri Paola De Micheli (Mit), Luigi di Maio (Esteri e cooperazione internazionale), Roberto Speranza (Salute) e Luciana Lamorgese (Interno). Una misura valida per tutta la durata dell’emergenza coronavirus. Ponzio Pilato in veste istituzionale.

Non siamo razzisti ma abbiamo il caporalato

Italia: sole, mare e buon cibo. Cibo che prima di finire nelle nostre tavole, passa per il sudore di decine di corpi stipati su un Ford Transit bianco alle prime luci dell’alba. Da Nord a Sud, sappiamo che i pomodori nei nostri piatti, le fragole nelle nostre macedonie non sono completamente innocenti. Non lo è nemmeno l’olio con cui condiamo le nostre insalate o il vino che beviamo con i nostri amici. Secondo i dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto, nel 2015 erano circa 430.000 i lavoratori irregolari in agricoltura, potenziali vittime di caporalato, mentre 100.000 quelli «in condizione di sfruttamento e grave vulnerabilità», per un totale di 30mila aziende agricole che ingaggiano manodopera tramite intermediazione illecita fra lavoratore e datore di lavoro. Per il caporale, i guadagni provenienti da questo tipo di attività sono altissimi. Per il consumatore, il risparmio è altrettanto alto. E così ci giriamo dall’altra parte, pur di pagare i pomodori una manciata di centesimi in meno del loro reale valore.

Non siamo razzisti ma abbiamo avuto i casi di Macerata e Fermo

In Italia il razzismo uccide. Lo sa bene la vedova di Emmanuel Chidi Namdi, ucciso da Amedeo Mancini nel luglio del 2016. Lo sanno Samb Modou e Diop Mor, uccisi a Firenze nel 2011 dalla furia razzista legata all’estremismo di destra. E poi ci sono i fatti di Macerata, che si sono conclusi con sei africani feriti dalla mano di Luca Traini, ex candidato della Lega. Episodi legati a doppio filo alla nostra storia, che facciamo finta di dimenticare, liquidandoli con un “ah, già, è successo anche questo” prima di tornare alle nostre occupazioni. Perché, in fondo ci dà fastidio essere accusati di razzismo: noi siamo quelli bravi, gli amiconi, quelli che nel mondo si fanno riconoscere per la loro cordialità. E così, evitiamo di fare i conti con la nostra pancia.

Non siamo razzisti ma lo ius soli è ancora un miraggio

I figli degli immigrati ci piacciono di più se possiamo non etichettarli come connazionali. Ci suona proprio difficile abbinare la parola “italiano” al nome “Ahmed”. E così, da anni, giriamo intorno alla questione dello ius soli e dello ius culturae. Ne discutiamo dal 2015, quando la legge che doveva modificare i criteri con cui gli stranieri potevano smettere di essere ritenuti tali fu approvata alla Camera. Da quel momento, ciclicamente, le forze politiche ripropongono il dibattito sulla cittadinanza, abbinando benaltrismo e razzismo. E nel frattempo, tantissimi ragazzi e ragazze, nati e cresciuti in Italia, rimangono intrappolati nel limbo delle chiacchiere da bar. Insomma, noi italiani siamo brava gente.

L'Italia è razzista?
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