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I malati non covid continuano a pagare il prezzo dell’emergenza sanitaria

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In Italia non esistono solo i malati di Covid. Iniziavamo con questa frase un pezzo del 3 gennaio 2021. "Il bombardamento continuo di dati su contagi, ricoveri e vittime del coronavirus,” proseguivamo, “ci fa dimenticare che, nel nostro Paese, ci sono altri malati, altri ricoverati, altre vittime che rischiano ogni giorno di venire lasciati indietro da un sistema sanitario oberato dalla pandemia”. Eppure oggi, a due anni dai primi casi di coronavirus in Italia, la situazione non è migliorata molto. La notizia della donna di Sassari abbandonata ad abortire nel parcheggio dell’ospedale lo conferma.

Abortire in un parcheggio perché mancano i tamponi

«Aveva accusato delle piccole perdite, ma ciò che la preoccupava di più era il mal di pancia, sempre più forte,» ha raccontato il marito. La coppia ha deciso di rivolgersi a una struttura ospedaliera dove la donna si è presentata descrivendo i sintomi all’ostetrica: emorragia e dolori addominali. Ma senza un tampone recente, nonostante sia vaccinata, non può accedere al reparto di ginecologia e l'ospedale, a quanto pare, non può farne uno sul momento.

I medici, allora, tranquillizzano i futuri genitori e li rimandano a casa. Ma una volta saliti in macchina l’emorragia diventa ingestibile e la donna perde il bambino per un aborto spontaneo. «So benissimo che queste cose possono capitare,» dirà alla stampa nei giorni seguenti. «E non voglio dire che una visita avrebbe potuto cambiare il destino, ma io mi sento profondamente triste e arrabbiata. Mi sono sentita messa da parte, perché penso che una visita a una mamma che sta male, sia un diritto sacrosanto».

Ma la donna non è la sola paziente non-covid a subire il contraccolpo di un’emergenza perenne che, a ogni ondata, ripresenta il conto a un sistema sanitario nazionale in affanno. A gennaio scorso, erano 11 milioni i cittadini che rischiavano di perdere la vita per la difficoltà di accesso alle cure. Tanto che il FOCE, ente che si occupa dei malati oncoematologici e cardiologici, scrisse un appello all’allora Governo Conte. ANAAO Assomed parlava del rinvio di milioni di visite, 310.000 ricoveri ordinari, 500.000 interventi chirurgici non urgenti e 4 milioni di screening oncologici.

L’emergenza perenne

Si potrebbe pensare che dopo due anni di emergenze le strutture ospedaliere siano state adeguate alle nuove ondate del virus come quella a cui assistiamo oggi. L’impressione, però, è che se qualcosa è stato fatto di certo non è abbastanza. In Veneto la variante Omicron ha fatto saltare fra il 20% e il 50% dei ricoveri prenotati. La Società italiana di Chirurgia (Sic), parla di «posti letto di Chirurgia dimezzati, blocco dei ricoveri in elezione, terapie intensive riconvertite per i pazienti Covid, infermieri e anestesisti delle sale operatorie trasferiti ai reparti Covid, aggravamento delle patologie tumorali spesso in entrata in ospedale ormai inoperabili e allungamento a dismisura delle liste d’attesa». Un elenco di problemi che ci riporta indietro al maggio 2020 come la DeLorean di Ritorno al Futuro.

In Sicilia la situazione è la stessa. I progressi nell’abbattimento delle liste d’attesa degli ultimi mesi, sono stati vanificati in pochi giorni, ha avvertito il presidente della Ssc, Società siciliana di chirurgia, Giuseppe Navarra. L’allarme dell’Associazione Chirurghi ospedalieri italiani (Acoi) e la Società italiana di chirurgia (Sic) parla di un’attività chirurgica programmata negli ospedali pubblici italiani praticamente ferma, limitata agli interventi d’urgenza o a salvaguardare quelli oncologici non rimandabili, con una riduzione dal 50 all’80% in tutta Italia.

La disparità tra regioni

In autunno c’era stato un certo aumento dei posti letto, una corsa dell’ultimo momento in vista della prevedibile nuova ondata di casi Covid. Dai 55.719 posti letto in area non critica di agosto siamo passati ai 60.224 del 10 dicembre 2021. Nello stesso periodo le terapie intensive sono cresciute di 161 unità. Ma le disparità regionali di questa Sanità italiana che si muove in ordine sparso, sono enormi: l’Emilia-Romagna ha aggiunto più di duemila posti letto ordinari e 129 terapie intensive, mentre la Campania ne ha addirittura persi 300 ordinari e non ha aggiunto alcun letto in intensiva.

A questi problemi strutturali si aggiungono quelli di personale e di risorse, dopo 40 anni di tagli costanti alla sanità. Nel 2018 l’Italia spendeva per il sistema sanitario nazionale l'8,8% del Pil (6,5% considerando solo gli investimenti pubblici). Peggio di Stati Uniti (14,3%), Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%). Lo Stato italiano investiva nella sanità 2.326 euro a persona che, calcolata l’inflazione, si traducevano in una perdita di finanziamento di 37 miliardi in dieci anni. I calcoli della Fondazione GIMBE, molto girati a inizio pandemia, segnalavano il periodo 2010-2015 come principale fonte di tagli (circa 25 miliardi) e il 2015-2019 per i restanti 12.

La sanità italiana, vittima di tagli costanti, regionalizzata e scoordinata, sembra prigioniera in un’emergenza perenne che, purtroppo, continua a fare vittime, come è successo a Sassari.

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