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silossani

Quanto inquina e quanto sfrutta l'industria della cosmetica

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Gli ingredienti oscuri della bellezza hanno nomi difficili, ma per l’industria della moda e della cosmetica farli passare inosservati è un gioco da ragazzi. Microplastiche, silossani e 1715 milioni di tonnellate di anidride carbonica: travestita da rossetto, fondotinta o t-shirt, la morte ci fa belli. Colpa, forse, di un’ansia da shopping, costruita ad arte dai giganti del settore, che non prevede la possibilità di fermarsi e chiedersi in che modo i prodotti che stiamo acquistando sono stati realizzati. Le bombe a orologeria contenuti nei cosmetici e nei prodotti per il corpo, come deodoranti, shampoo e saponi, si chiamano silossani, ritenuti inoffensivi per decenni ma che secondo gli studi più recenti, come quello pubblicato nel 2015 sul “Polish Journal of Environmental Studies”, si disperderebbero con molta facilità nell’aria perché altamente volatili. Queste molecole, ossidandosi, disperderebbero nell’ambiente microcristalli di silice di dimensioni inferiori ai 100 nanometri, estremamente persistenti nell’ambiente e dall’alto potere inquinante.

In particolare il silossano D5, più diffuso nelle aree urbane a causa della maggior utilizzo di prodotti per la cura del corpo, porterebbe all’insorgenza di tumori, mentre il D4 rappresenterebbe una minaccia per gli ecosistemi acquatici e avrebbe ripercussioni sulla fertilità femminile. Il loro tempo di degradazione, dai sette ai dodici giorni, consente l’accumulo di queste sostanza anche a grandi distanze dalla fonte di rilascio, con gravi contraccolpi sull’intera catena alimentare, depositandosi nei polmoni e nel fegato. Eppure in merito ai silossani non esiste ancora nessuna regolamentazione in proposito a causa dei pochi dati raccolti dagli studiosi. D4 e D5 non sono, però, le sole sostanze che ci avvelenano ogni giorno.

Gli ingredienti del make up hanno nomi difficili e farli passare inosservati è un gioco da ragazzi

Tra i composti chimici più diffusi nei cosmetici troviamo anche il polietilene, la più comune delle microplastiche, presente soprattutto negli eyeliner e nei dentifrici, che oltre a inquinare fiumi e oceani, finisce direttamente nell’acqua dei rubinetti di casa e nei nostri piatti. D’altronde, come dice il proverbio, «per belli apparire, bisogna soffrire» e, in un’era in cui la simulazione è stata battezzata come la più importante delle attività sociali, non conta quale sia il prezzo da pagare. Intanto dall’Europa arrivano i timidi segnali di una prima presa di coscienza sulla pericolosità di queste sostanze e dal 1º gennaio 2020, il nostro Paese si allineerà alle direttive comunitarie in materia, vietando la messa in commercio di «prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti fibre di plastica».

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Ma il volto brutto della bellezza passa anche attraverso jeans e magliette. Nonostante sul web abbondino articoli relativi a ricerche che dimostrerebbero i poteri miracolosi dello shopping compulsivo per la cura di stress e ansia, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l’industria tessile è la seconda attività più inquinante del pianeta. Per produrre un singolo paio di pantaloni servono, infatti, almeno 7500 litri d’acqua, la stessa quantità che berremmo nel giro di sette anni. Il sistema delle produzioni dislocate, adottato da molte aziende del settore ha portato, invece, all’aumento esponenziale del traffico aereo e navale, con il conseguente incremento delle emissioni di CO2. Un dispendio enorme di risorse non rinnovabili per oggetti che durano il tempo di un selfie. Il modello del ‘fast fashion’ adottato oggi dall’industria della moda offre al consumatore continue alternative e nuove collezioni a prezzi bassissimi.

Il polietilene presente negli eyeliner e nei dentifrici inquina fiumi e oceani finendo direttamente nell’acqua dei rubinetti di casa e nei nostri piatti

Sotto la spinta di questa pressione, i vestiti che compriamo sono indossati in media non più di otto volte. Usati come le macchinette fotografiche usa e getta degli anni Novanta, il poliestere contenuto nella maggior parte degli abiti sversa in mare la stessa quantità di microfibre di tre milioni di barili di petrolio. E spesso ce le gustiamo accompagnate da un bicchiere di vino. Anche il cotone ha il suo lato oscuro. Per la sua coltivazione sono richieste grandi quantità d’acqua ed energia, oltre a un uso massiccio di pesticidi.

Alcune delle sostanze contenute nei cosmetici ed estratte in condizioni terribili sono altamente inquinanti

Alcune delle sostanze contenute nei cosmetici ed estratte in condizioni terribili sono altamente inquinanti

Una possibile soluzione, sdoganata anche da alcuni brand popolarissimi, sarebbe rappresentata dal riciclo, ma la difficoltà di ottenere fibre vergini da abiti usati rende questa strada difficile da percorrere. L’Unione Europea sta tentando di sensibilizzare alla cultura della “circular fashion”, che renderebbe più facile il riutilizzo dei vestiti, e alla cosiddetta “slow fashion”, che punta a una produzione su bassa scala, servendosi anche di materiali locali. Il vero potere, però, risiede nelle mani di chi compra, che deve educarsi a un consumo consapevole. Prima che moda e cosmetici ci rendano manichini grotteschi immortalati nelle story di Instagram o cadaveri dall’aspetto di vivi, proprio come nel film-cult “La morte ti fa bella”.

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