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Pietro Turano: «Ho capito di essere gay guardando una serie tv»

Pietro Turano, attore e attivista della comunità LGBT, ha interpretato Filippo Sava in Skam Italia (remake dell’omonima serie tv norvegese). Il suo personaggio, fratello di Eleonora e omosessuale, è riuscito a dare un’immagine realistica di un ragazzo italiano appartenente alla comunità LGBT. Pietro era tra i partecipanti dell'edizione 2021 del FeST - Festival delle Serie TV, svoltosi a Milano lo scorso weekend, e ha parlato con VD di entertainment e rappresentazione del mondo LGBT.

Oggi rispetto a ieri, dalle serie degli anni 90/2000, cos’è cambiato nella rappresentazione dei personaggi LGBTQ+?

A un livello superficiale, si stanno aprendo le narrazioni ed è evidente che ci sia un interesse a rappresentare in modo più coerente la realtà e quindi anche le diverse identità delle persone. A un livello più profondo il problema non cambia: se di facciata si scrivono più storie rappresentative delle diversità, da un punto di vista di accesso al lavoro c’è ancora un ambiente che pone poca attenzione verso le persone LGBTQ+. Il rischio è quello del rainbow-washing, di illusione e basta.

C’è una serie o un personaggio che quando hai visto ti hanno fatto incazzare?

Sì, una italiana, ma non posso dire quale perché ci lavorano alcuni amici [ride]. Tutte le serie italiane mi suscitano questa sensazione.

E un personaggio che invece ti ha aperto gli occhi?

Io ho capito di essere gay guardando una serie tv. È una serie americana, si chiama Queer as Folk: parla della vita quotidiana di un gruppo di amici gay e lesbiche e io per la prima volta ho iniziato a dare un senso a quello che provavo e che non vedevo ancora rappresentato. Finché non hai degli esempi, non te le spieghi nemmeno le cose. Il mio ruolo in Skam, per questo motivo, non mi ha dato solo la soddisfazione professionale ma ha avuto per me anche un valore umano, identitario. Pensa a quanto le cose che vediamo in tv plasmano il nostro modo di immaginare il mondo: io di recente ho rivisto serie di anni fa, come OC e Dawson’s Creek e ho trovato delle atrocità - sia in termini di linguaggio che di rappresentazione.

I personaggi LGBTQ+ sono sempre stati raccontati come macchiette: quell’elemento della loro identità è sempre stato l’unico elemento del personaggio. Per esistere, quei personaggi dovevano essere funzionali alla rappresentazione degli altri personaggi eterosessuali. Qualunque personaggio può essere gay, ma non necessariamente deve essere raccontata solo quella parte. A me ha fatto un effetto meraviglioso Euphoria: ho trovato fosse una rappresentazione molto naturale delle varie realtà. C’è per esempio un personaggio trans che viene raccontato nella sua complessità, e non solo in quanto trans. Se io sono un attore dichiaratamente gay, o attore dichiaratamente trans, non è possibile immaginarci in ruoli che non siano esattamente quelli, come accade invece agli attori etero cisgender.

Secondo te il modo in cui una serie tv viene scritta può aiutare i ragazzi che la vedono e determinare un cambiamento nella società?

Assolutamente sì. Per quanto il mondo stia cambiando, ci si sente molto soli e sole quando si inizia a capire di essere LGBTQ+, perché, soprattutto se si è giovani, nel mondo che ti circonda difficilmente vedi esperienze, vite, situazioni simili a quella che senti dentro. Iniziare a farsi delle domande guardando una serie è una cosa fortissima per la costruzione e il riconoscimento della propria identità. Inoltre ci permette di connetterci: se io e altri 10 miei compagni guardiamo la stessa serie, probabilmente questo influenzerà sia chi l’ha vista (creando condivisione), sia chi ancora non l’ha vista.

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