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Ha ancora senso costruire grattacieli?

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A Shaoxing, millenaria città cinese popolata da quasi 5 milioni di persone, i grattacieli si abbasseranno. Lo ha deciso l’amministrazione locale, che ha individuato 178 grattacieli che diventeranno oggetto di una ristrutturazione che prevede una riduzione del numero di piani di ciascuna struttura. Da anni a Shaoxing è in atto una lenta trasformazione con l’obiettivo di arrivare a uno skyline più basso, fissato nel 2013 dalle autorità a 24 metri – il tetto massimo per gli edifici di nuova costruzione. Più di 70 aree nel vecchio distretto sono state ristrutturate, abbassando l’altezza degli edifici più ingombranti. I quartieri storici risultavano addirittura poco raggiungibili per i turisti, che dovevano destreggiarsi tra le imponenti strutture delle nuove costruzioni.

Il tramonto dei grattacieli

Non solo in Cina, però, c’è chi ripensa l’utilità dei grattacieli. Nel 2017 un tremendo incendio devastò la Grenfell Tower, nel quartiere londinese di North Kensington. Si trattava di una torre di 67 metri in stile brutalista, popolata da circa 600 persone disposte in 120 appartamenti affittati a canoni relativamente bassi per la città di Londra. Bastò un frigorifero difettoso, in un appartamento al quarto piano, a scatenare un incendio che si propagò con una velocità terrificante verso i piani superiori. Oltre 250 pompieri impiegati sul posto per quasi due giorni non bastarono a evitare la morte di 72 persone: un bilancio drammatico che riguardò soprattutto famiglie della piccola borghesia, che abitavano quella che era considerata una palazzina popolare in un quartiere residenziale. Il disastro ha aperto un dibattito, in Inghilterra, sulla tenuta di queste enormi strutture (a contribuire alla velocità con cui si diffusero le fiamme fu infatti la scarsa qualità dei materiali di rivestimento utilizzati). A New York c’è il ricchissimo 432 Park, l’edificio residenziale più alto al mondo. Jennifer Lopez e il compagno Alex Rodriguez avevano qui acquistato nel 2018 un appartamento di quasi 400 metri quadri per oltre 15 milioni di dollari. Un anno dopo l’hanno rivenduto. «L’edificio ondeggia al vento, ci sono stati milioni di dollari di danni di infiltrazioni, i muri scricchiolano come la cambusa di una nave»: è questo, in sintesi, il quadro che alcuni residenti (si parla di condomini milionari) dipingono al New York Times. A Manhattan nell’ultimo decennio è spuntato un gran numero di grattacieli ad uso residenziale, un gruppo di abitazioni progettate per residenti di fascia extra lusso. Un gruppo di stalagmiti di cemento armato e vetro che ha modificato – non senza polemiche – il panorama della Grande Mela.

Una cultura della congestione

Una “cultura della congestione” che dà forza all’idea del Manhattanismo, nata dal libro di Rem Koolhass, Delirious New York (Mondadori Electa, 2013), in cui si definisce la teoria anni dopo la messa in pratica. Un manifesto retroattivo: «Il Manhattanismo è la sola ideologia urbanistica che fin dall’inizio si è nutrita degli splendori e delle miserie della condizione metropolitana (l’iper-densità)». E’ stato il Covid-19 a mettere in dubbio gli splendori dell’iper-densità urbana. Gli spazi un tempo popolatissimi delle iperattive City sono ora tristemente vuoti e il concetto stesso di smart working ha depotenziato l’idea di ufficio, rimescolato gli spazi di lavoro e gli spazi da abitare – una volta totalmente scissi. Una riflessione che è stata al centro dell’ultimo convegno internazionale sui Tall Buildings. Ci si comincia a chiedere se «questa densificazione urbana sia effettivamente utile», come sottolinea il professore Aldo Norsa dell’Università di Venezia. L’esempio italiano è quello dei nuovissimi quartieri milanesi, fiore all’occhiello delle luccicanti smart cities europee, ora luoghi attraversati velocemente da poche persone. «Venendo dalla provincia italiana ho sempre avuto l’idea che i grattacieli fossero destinati agli uffici», spiega a VD l’architetto Fabio Cappello, che da anni vive e lavora a Londra. «Qui ho cambiato la percezione. Nella fascia verde intorno alla città di Londra non si può più costruire, quindi la tendenza è convogliare le residenze nei grattacieli. C’è una vera e propria gara a chi costruisce più in alto. In poche settimane viene su una costruzione da 42 piani e pochi giorni dopo se ne comincia un’altra, di fronte, che si sa sarà alta 44 piani». Una versione architettonica del Blue Riband, la competizione fra transatlantici che si svolgeva a cavallo tra XIX e XX secolo e che costringeva i capitani delle grandi navi delle maggiori compagnie a spingere i motori al massimo, a ogni costo. «Se stai al centro della City non hai punti di riferimenti, così tanto schiacciato è l’orizzonta da rendere tutto uguale. Bisogna però dire che i grattacieli sono anche una grande attrazione: lo SkyGarden è incantevole e consente a tanti giovani di scoprire la città dall’alto, dal 35esimo piano dove c’è un giardino gratuito».

Grattacieli ed incendi

«L’incendio della Grenfell Tower ha inasprito i controlli di sicurezza a Londra e nel Regno Unito», spiega Cappello. «Ora la Fire Strategy, per chi vuole costruire, è la prima cosa. Molti materiali eco e green hanno dimostrato di essere inefficaci, e si sta tornando a materiali più classici e robusti». Il problema è l’espansione della città. «Londra si sta espandendo ancora. Tornato da alcune settimane in Italia notai due torri che prima non c’erano. A quanto pare l’unico modo per stipare abitazioni è questo. Compri casa e l’agente ti dice: ‘Non si innamori della vista, fra poco edificheranno’». Le nuove costruzioni sono infatti a uso residenziale, ma nella City degli uffici il panorama è desolante: «Attraversare ora quella zona di Londra è come la domenica pomeriggio in una cittadina di provincia in Italia». «Il grattacielo per uffici probabilmente non ha più senso. Ma questo tipo di costruzioni è anche immagine delle magnifiche sorti e progressive dell’uomo, di quest’idea che si sta tutti insieme, si lavora e la città si sviluppa verticalmente perché siamo tanti. Forse non ha più senso un posto come il Centro Direzionale di Napoli, destinato esclusivamente agli uffici. Ma il futuro potremmo anche immaginarlo distopico: campagne liberate e tutti che vivono nei grattacieli nei centri urbani», ipotizza Antonello Colaps di Dopolavoro.

Quale futuro per i grattacieli?

La sensazione è che il prossimo futuro sarà ancora segnato da questo tipo di costruzioni. Si individua un lontano orizzonte verso il quale si comincia a marciare lentamente, un orizzonte in cui lo spazio potrà essere distribuito più equamente fra tutti. La realtà è però un’altra, e spesso se ne infischia dei dibattiti accademici: sempre in Cina un’azienda ha costruito un grattacielo da 57 piani nel tempo record di 19 giorni. Un video accelerato mostra la velocità con cui l’intero sistema si spinge verso l’alto, con innovative tecniche di costruzione. A New York e Londra si continua a innalzare torri, a Milano solo nel 2021 si porteranno a compimento o si avvieranno i lavori di sette mega-costruzioni. Un andamento che sembra sconfessare le previsioni di due grandi urbanisti come Kunstler e Salingaros, che nel 2001 scrivevano: «Siamo convinti che l'era dei grattacieli sia finita. Ora va considerato come una tipologia di edificio che ha fallito. Chi si sentirà mai più al sicuro e a proprio agio lavorando a 110 piani da terra? […] Prevediamo che non verranno costruiti nuove megatowers e quelle esistenti sono destinate a essere smantellati». Era, certo, una previsione effettuata a una settimana dall’attacco alle Torri Gemelle. Ma, spiegavano i due, sulla base di considerazioni maturate negli anni. Kunstler e Salingaros citavano Peter Blake, diventato molto critico verso questo tipo di strutture: «In tutti i casi e in una certa misura, i grattacieli deformano la qualità, la funzione e la salute a lungo termine». Blake si pentì del suo contributo alla ‘modernizzazione’ delle città: «Il mio crimine più grande è stata la costruzione di grattacieli. Le città di maggior successo del passato erano quelle in cui le persone e gli edifici erano in un certo equilibrio con la natura. Ma i grattacieli lavorano contro la natura o, in termini moderni, contro l'ambiente. I grattacieli lavorano contro l'uomo stesso, perché lo isolano dagli altri, e questo isolamento è un fattore importante nell'aumento del tasso di criminalità. I bambini soffrono ancora di più perché perdono il contatto diretto con la natura e con altri bambini». Sul contrasto tra natura e grattacieli, tra progresso, benessere e salute, aveva scritto Luciano Bianciardi, che ne La Vita Agra sogna di far saltare in aria «il torracchione di vetro e cemento», sede milanese dell’azienda mineraria responsabile dell’esplosione di una miniera in Maremma che aveva causato la morte di 43 minatori, conosciuti dallo stesso Bianciardi (che era grossetano). Il Torracchione diventa, ne La Vita Agra, simbolo di un potere che se ne infischia di chi in quegli spazi non ha credito e reputazione, di chi è costretto a lavorare sotto terra per sfamarsi. Nel racconto di Bianciardi il grattacielo rappresenta tutti i mali del progresso: «Questo torracchione è alto esattamente 112 metri. Metri quadrati abitabili 21.500. 675.000 tonnellate di acciaio e cemento, 21.000 metri quadrati di cristalli. Vi siete mai chiesti quanto tritolo ci vorrebbe per farlo saltare in aria?».

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