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Giurisprudenza non crea avvocati ma precari

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Qui ci vuole l’avvocato: è una delle frasi che più colpiscono nella prima puntata del podcast di Nicola Lagioia, La città dei vivi, tratto dall’omonimo romanzo. Sia ben chiaro: non c’entra nulla con il vero tema dell’omicidio Varani narrata da Lagioia ma ciò che più colpisce quando quella frase viene pronunciata con tono perentorio, glorioso e autorevole è proprio l’importanza culturale, l’elevazione di status sociale che solitamente si associano al titolo di Avvocato.

Secondo alcune delle stime più aggiornate, in Italia praticano la professione forense circa 250.000 avvocati, ma il paradosso è una specie di strano scollamento fra il titolo – per come viene socialmente percepito – e la realtà che vive tutti i giorni chi quel titolo ha scelto di associarlo al proprio nome. Solitamente assegniamo all’Avvocato uno status sociale che ci fa pensare ad automobili e case di livello medio alto, una vita da alto spendenti, amicizie e conoscenze in settori politici e amministrativi di spessore con stipendi elevati rispetto alla normale working class (sempre che ne esista ancora una). Ma basta avventurarsi nel mondo dei praticanti o dei giovani avvocati per capire che questa, a oggi, è una truffa del sistema.

Gli avvocati non sono tutti ricchi

Il primo dato è il concorso per l’Ufficio del Processo che si è tenuto a fine 2021: l’UdP «corrisponde ad un progetto di miglioramento del servizio giustizia, che […] consente di supportare i processi di innovazione negli uffici giudiziari», si legge sul sito del Ministero della Giustizia. Al momento il concorso, per chi lo supera, assicura un contratto di tre anni e un compenso di circa 1.600 euro mensili. Il caso è scoppiato quando molti dei candidati al concorso si sono rivelati avvocati. Questo fa sorgere una domanda: se gli avvocati vivono una vita splendida, nelle loro case lussuose e con i loro stipendi da sogno, perché sono pronti ad accettare un contratto a tempo determinato con uno stipendio buono, certamente, ma medio?

Semplicemente perché sono pochi, a oggi, gli avvocati che possono vantare parcelle milionarie. O anche quando non sono milionarie ma comunque dignitose, il sistema della Cassa Forense – praticamente l’INPS degli Avvocati – richiede percentuali uguali per tutti per la contribuzione, in barba, si potrebbe dire, ai criteri di progressività del nostro sistema tributario (art. 53 Cost.). A prescindere dal reddito, cioè, gli iscritti alla Cassa devono versare (per il 2021) un contributo minimo di 2.890 euro più un contributo di maternità di 81,52 euro più un contributo integrativo del 4% del fatturato dichiarato. Nel caso in cui un avvocato non abbia guadagnato nulla, questi soldi da dove li tirerà fuori? Prestiti, altri lavori in nero, favori? Cosa c’è di dignitoso e autorevole in questo?

Come si diventa avvocati

Se poi pensiamo alle modalità con cui si diventa avvocati, la cosa si fa ancora più disonorevole e ingloriosa. Dopo cinque anni di giurisprudenza, 18 mesi di pratica di cui sei almeno trascorsi a lavorare in uno studio legale, alle volte non pagati o pagati 200 euro al mese; ma ancora, dopo un corso di preparazione di circa 2.000 euro e l’acquisto di codici con le sentenze più aggiornate della cifra di 200 euro ciascuno, ci si può prenotare finalmente alla prima prova dell’esame da avvocato – scritta fino al 2019, orale nel periodo pandemico.

«Spesso hai l’impressione che sia solo lo sfizio di metterti in difficoltà chiedendoti un sacrificio inutile», dice G., che ha appena passato l’esame. «Da una parte ci vogliono iper specializzati, dall’altra ci chiedono di sostenere un esame che dimostri la nostra capacità di essere generalisti». Quando ci si riferisce all’esame da avvocato, spesso, si sentono parole come inutile, masochistico, allucinante. «La preparazione all’esame è un esercizio di stile, in gran parte inutile rispetto al lavoro del professionista», scrive N., su Linkedin. Ed è solo uno dei tanti commenti simili che si trovano cercando informazioni in merito, se e quando le si va a cercare.

«Mi sono laureata in giurisprudenza, ho appena iniziato la pratica e mi hanno detto che prima di tre mesi non mi pagheranno perché, dicono, i praticanti non sanno fare niente», dice C. Quando le si chiede come fa a sostenersi senza stipendio dà la risposta più ovvia: «mi aiutano i miei». Eppure si guardano gli avvocati ben vestiti entrare e uscire dagli studi legali e si pensa “che bella vita che fanno, questi pascià”.

La vita degli avvocati è peggiore del previsto

«Prima delle 22.30 di stasera non riesco a chiamarti» risponde V., neo avvocato. Lei è una di quelli che versano nella condizione migliore perché ha uno stipendio (lordo, che non calcola i versamenti alla Cassa forense) di molto superiore alla media nazionale sotto i 30 anni. Ma prima dell’una di notte non esce dal grande e famoso studio legale di Milano in cui lavora, tutti i giorni, spesso anche di sabato e di domenica. E questo anche se il sistema la considera una libera professionista. Ma in pratica la condizione di Associate (giovane avvocato) in uno studio legale è praticamente di lavoro subordinato perché non ha il potere di scegliere né dove, né come, né quando e viene pagato con uno stipendio fisso. Nei fatti è un lavoratore subordinato che però può essere licenziato senza spiegazioni dalla sera alla mattina, come accade negli Stati Uniti.

A oggi le condizioni lavorative dei praticanti e degli avvocati (non tutti) non interessano a nessuno: né alle facoltà di giurisprudenza che non li preparano e ne sfornano centinaia di migliaia all’anno, né al Ministero della Giustizia che continua a esaminarli con un esame completamente inutile e diseducativo, né, a quanto pare, all’opinione pubblica che quando si parla di questi lavoratori fa finta di girare la testa da un'altra parte. Come spesso accade nel nostro Paese, il sistema è bloccato da cinquant’anni e non ha la minima prospettiva di cambiamento. «Quando sarà il nostro turno di cambiare le leggi lo faremo» dice S., neo avvocato. Ma viene il dubbio che il sistema, prima che arrivino a quel punto, li influenzerà, li ingloberà completamente.

Gli iscritti alle facoltà di giurisprudenza continuano ad aumentare

Nell’anno accademico 2020-2021 si è registrato un aumento medio del 30% degli iscritti alle facoltà di giurisprudenza il cui sbarramento al mondo del lavoro arriverà solo dopo, quando avranno 26 o 27 anni. Viene da pensare: e se invece quello sbarramento fosse a monte? Se riuscissimo a evitare il numero esorbitante di praticanti avvocati senza diritti fin dall’inizio, dall’ingresso all’università? Oppure ancora, trasformando la laurea in giurisprudenza in abilitazione alla professione come accade per quasi tutte le professioni in Italia?

“Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, mi impegno a osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato” recita il giuramento.Parole come dignità della professione, lealtà, onore e diligenza stridono con la vita che si prospetta a quei ragazzi che si affacciano nelle facoltà di giurisprudenza oggi, pensando di fare la vita dei loro colleghi quaranta o cinquant’anni fa. Eppure a nessuno interessa migliorare le cose per questa categoria di cittadini, lasciando questi ragazzi o giovani adulti al macero di una vita che li risputerà fuori in fretta. Viene da dire che qui ci vuole l’avvocato, sì, ma per difendere gli avvocati dal sistema e dallo Stato italiano.

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