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Il film di Ennio Morricone che Fellini e Pasolini non fecero mai

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All’alba del 6 luglio ci ha lasciato il maestro Ennio Morricone, 91 anni vissuti nella musica e costellati di successi, come l’Oscar alla carriera e quello per la colonna sonora di The Hateful Eight di Quentin Tarantino. Un artista che aveva attraversato il Novecento, dalle privazioni della guerra al boom economico, dal cinema d’autore italiano alle grandi produzioni hollywoodiane. Ma la vita di questo maestro ineguagliabile fu anche ricca di delusioni, come il riconoscimento mancato per Mission: «L’Oscar me l’aspettavo nell’87, a quelle musiche tenevo particolarmente. Invece se lo prese Herbie Hancock per Round Midnight»; oppure quando Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini rifiutarono la sua idea per un film sulla musica.

Morricone, Pasolini e Fellini

Ennio Morricone aveva conosciuto e lavorato con tutti i grandi autori del cinema italiano. Cresciuto a scuola con Sergio Leone, a cui diede l’inconfondibile colonna sonora della Trilogia del Dollaro, era poi maturato nella Roma dei Sessanta e Settanta, dominata da due figure iconiche dell’epoca: Federico Fellini, che proprio la vita romana aveva immortalato ne La dolce vita, e Pier Paolo Pasolini, regista e autore che aveva svelato il volto popolare della città al mondo. Con quest’ultimo il maestro collaborò spesso, nonostante le difficoltà: «Da un certo punto di vista mi risultava complicato avere a che fare con lui: in tutti i nostri incontri mi fu difficile, se non impossibile, scorgere un sorriso sul suo volto. Sempre imbronciato, cupo, sorrideva solo quando lo raggiungevano Ninetto Davoli o Sergio Citti. Era un po’ come quando ci si rapporta con un professore, anche se lui non dava sfoggio delle sue capacità, perché era molto umile. Ma l’aura che lo circondava, questo sì, imponeva un certo distacco». Eppure fu proprio durante una cena con Pasolini che Morricone propose il suo film.

Il film mai nato di Ennio Morricone

Pasolini era una persona molto aperta con gli altri, secondo Ennio Morricone, e fu per questo motivo che una sera, a L’Escargot di Roma, poco dopo l’uscita di Teorema, il maestro decise di raccontare al regista la sua idea per un film. Un vero e proprio romanzo intitolato La morte della musica. La storia, riportata poi nel libro di Alessandro de Rosa, era una specie di distopia alla 1984 di George Orwell ma con qualcosa di Fahrenheit 451: una comunità vive nel futuro lontano da guerre e conflitti, il tempo stesso non è più segnato da orologi e la vita scorre attraverso cicli naturali: «Un giorno qualcuno, sembra una sorta di capo o leader, decide di abolire quella che sarebbe l’unica fonte di turbamento per gli animi delle persone: la musica. Questa improvvisa imposizione, ritenuta necessaria per preservare ordine e tranquillità, segna di fatto l’inizio di una dittatura. Non solo ogni suono, ma ogni sfumatura del linguaggio e persino i rumori legati al movimento vengono così vietati. Tuttavia alcuni individui decidono di disubbidire formando delle sette segrete dove la musica viene tenuta in vita attraverso i suoni più semplici, quelli della vita quotidiana. Un giorno questo presunto capo ha una visione: quando il mare si tingerà di verde, tutti capteranno il suo messaggio. L’intera comunità accorre presso la spiaggia aspettandosi un segno, una rivelazione. Quando finalmente il mare diventa verde, ecco quel messaggio tanto atteso: dall’acqua fuoriescono tutti quei suoni calpestati, dimenticati, in una mescolanza indistinta ma al contempo comprensibile. Vivaldi, Stravinskij, Bach, Verdi, Mahler… È la fine della rivoluzione, la resurrezione della musica. La sua vittoria».

Le reazioni di Pasolini e Fellini

Dopo aver raccontato la storia al grande regista, Morricone ricorda che Pasolini rimase in silenzio poi disse che le difficoltà tecniche per realizzare un film simile erano per lui insormontabili ma non lasciò che la cosa finisse così. Si alzò e andò al telefono, chiamò Federico Fellini che raggiunse i due al ristorante: «Mi chiesero di parlare nuovamente di questa storia e Fellini inizialmente si disse interessato, ma poi anch’egli non ne realizzò mai un film. Dopo alcuni anni mi rassegnai: La morte della musica non sarebbe mai stata rappresentata». Eppure l’idea del maestro non morì quella sera a L’Escargot anzi, restò impressa nella mente di Fellini e ispirò le domande del regista nel suo splendido Prova d’orchestra. A prescindere da quel film mancato, Ennio Morricone ci ha lasciato una ricca eredità e se, come ha sempre detto: «Quando fra cento, duecento anni, vorranno capire come eravamo, è proprio grazie alla musica da film, che lo scopriranno», sarà proprio quell’eredità la chiave che il futuro userà per capire il nostro tempo.

Ciao Ennio Morricone

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