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Eurovision Song Contest è la cartolina fasulla di Israele

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Da una parte la stella dell’Eurovision Song Contest che illumina a giorno le strade della movida di Tel Aviv, dall’altra i razzi che disegnano scie luccicanti nel cielo nero della Striscia di Gaza. Proprio mentre le sirene d’allarme risuonano da Ashkelon ad Arad, l’Israele di Netanyahu si sottopone a un’operazione di maquillage estremo, nel tentativo di mostrare al mondo il suo lato cosmopolita e liberale. Il risultato è una grottesca cartolina patinata di quello che, da circa settant’anni, è un Paese sulla linea del fronte. Una realtà che la martellante campagna per il rilancio del turismo, costata ben 93 milioni di dollari stando a quanto riportato da “The Times of Israel”, cerca di nascondere sotto i tappeti degli hotel freschi di costruzione. L’obiettivo è attirare una clientela sempre più internazionale e sempre meno propensa a farsi domande sul modus operandi di uno Stato che si definisce democratico ma poi approva una legge che lo dichiara «patria nazionale del popolo ebraico» e su cui pesano accuse di gravi violazioni dei diritti umani, oltre a una lunga lista di risoluzioni Onu disattese.

Il rebranding di Israele è una grottesca cartolina patinata di quello che, in realtà, è un Paese sulla linea del fronte

Insomma, l’idea veicolata dagli hashtag #TravelingIsrael e dall’account Twitter ufficiale di KAN Eurovision Israel è chiara: diffondere l’immagine di un Paese con tutte le carte in regola per poter essere definito abbastanza occidentale dagli occidentali, costruendo ad arte l’idea di un’oasi di pace e modernità nel caos mediorientale. Eppure, nonostante qualche malumore iniziale, a partecipare all’Eurovision Song Contest di Tel Aviv saranno ben quarantadue nazioni. Ci saranno anche Madonna, che per circa un milione di dollari si esibirà sul palco dell’evento musicale più seguito al mondo, la ‘wonder woman’ Gal Gadot e Conchita Wurst. Non è sfuggito niente all’attenta operazione di rebranding: dalle imponenti geometrie mobili della scenografia ispirate alla stella di David e alle dodici tribù di Israele, alle postcard “Dancing Israel”, le cartoline di presentazione del festival, con protagonisti ballerini che volteggiano per aria in location mozzafiato. Fotografia di un Paese dall’aria sbarazzina, giovane e multiculturale, almeno in apparenza. Una narrazione che passa anche attraverso i luccicanti schermi a Led e lo stesso logo dell’evento, dove i tre triangoli uniti in una stella stanno a simboleggiare lo spirito di inclusione eletto a fondamento dell’edizione israeliana del contest.

La segregazione e le violenze nella Striscia di Gaza stonano con l

La segregazione e le violenze nella Striscia di Gaza stonano con l'immagine turistica che Israele ci mostra

A replicare agli appelli al sabotaggio lanciati dal Bds, il movimento internazionale di boicottaggio contro Israele e la sua politica segregazionista nei confronti del popolo palestinese, ci ha invece pensato la cantante israeliana Netta Barzilai, vincitrice uscente della manifestazione. La «migliore ambasciatrice di Israele» ha sottolineato che l’Eurovision è innanzitutto un «festival di luce» e che danneggiarlo attraverso qualsiasi mezzo equivale a diffondere «l’oscurità». La risposta è molto piaciuta all’opinione pubblica interna, ormai assuefatta all’idea di uno scontro tra ‘buoni e cattivi’, tra ‘bene e male’. 

E' giusto chiedere il boicottaggio dell'Eurovision?

Perché, nonostante l’invito a non politicizzare la manifestazione, il contest è da sempre un affare politico, soprattutto quando in ballo ci sono Israele e la sua commedia degli equivoci. Un Paese che fin dalla sua fondazione ha confuso, più o meno consapevolmente, il diritto alla difesa dei propri confini con un via libera all’aggressione preventiva, le accuse di violazione dei diritti umani nei confronti dei palestinesi con l’antisemitismo, la spinta all’autocritica con il negazionismo. Il risultato sono lunghe file ai checkpoint per andare al lavoro, ricatti economici, espropriazioni forzate.

Eurovision è da sempre un affare politico, soprattutto se in ballo ci sono Israele e la sua commedia degli equivoci

Con il virtuale Stato di Palestina ancora ridotto a due lingue polverose, separate dal resto del mondo da filo spinato e da muri di calcestruzzo armato, per Israele turismo e manifestazioni internazionali sono l’equivalente di una vittoria sul piano diplomatico. E la legittimazione internazionale è un’arma più potente delle rappresaglie. Ma se la Palestina può essere cancellata dalla cartina geografica, non si può dire altrettanto dei palestinesi. Per uno Stato ossessionato dalla questione sicurezza, si tratta di un brusco risveglio da quel «Dare to dream» scelto come slogan dell’Eurovision di Tel Aviv.

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