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Per fare l'Europa non basta l'Erasmus

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Viva la generazione Erasmus, la bella scatola vuota da riempire (o svuotare) a piacimento di aspettative e responsabilità a seconda della stagione politica. Viva la generazione Erasmus, la favola multiculturale trasmessa di bocca in bocca e di penna in penna dal 1987, data di nascita del progetto di scambio tra universitari europei.

I giovani sono i più scettici sui benefici dell

I giovani sono i più scettici sui benefici dell'Unione Europea

Viva la non generazione Erasmus, apostrofo blu scuro tra le parole ‘remain’ e ‘leave’. Su una chimerica classe di giovani che da provincialotti si sarebbero dovuti trasformare in adulti cosmopoliti hanno scommesso in tanti.

L'Erasmus è una favola culturale che passa di penna in penna dal 1987

A partire da Umberto Eco che vedeva nel programma la possibilità di creare la prima generazione di cittadini europei. «L’Erasmus ha due funzioni: una linguistica e una sessuale… La maggior parte dei giovani che vanno a fare l’Erasmus si sposano all’estero, questo vuol dire che nel giro di trent’anni viene fuori una generazione bilingue».

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L'87% dei giovani italiani nel 2018 non ha passato nemmeno una notte all'estero

Ma se oggi si conta qualche europeista in più non è certo merito del programma di scambio, che ha pescato solo il due percento della popolazione giovanile, quella solitamente più abbiente, che può permettersi di sopravvivere con 250 euro di borsa di studio e magari un aiuto della famiglia.

Solo 5 milioni di studenti in trent'anni, l'Erasmus è una base esigua per l'unione di 27 paesi

E il resto? Un terzo dei giovani nemmeno frequenta l’università secondo Eurostat, mentre, nel 2017, l’87 percento degli italiani under 35 non ha trascorso nemmeno una notte all’estero nonostante ostelli, voli low cost e biglietti per i bus a prezzi stracciati. Per i suoi trent’anni Erasmus+ si è gloriata dei cinque milioni di studenti partiti con una borsa erasmiana sotto braccio. Un dato piuttosto deludente se spalmato su ben tre decadi. Difficile, numeri alla mano, parlare di ‘generazione Erasmus’.

Nonostante i numeri esigui, Erasmus è un progetto importante per una nuova generazione di italiani

Nonostante i numeri esigui, Erasmus è un progetto importante per una nuova generazione di italiani

Al massimo si può parlare di un circolino elitario per rampolli. Non solo. Se si chiede ai giovani del programma di scambio cosa significhi ‘Europa’ rispondono con «libertà di viaggiare». Una base piuttosto traballante su cui plasmare il fantomatico cittadino europeo, soprattutto perché l’Europa non può ridursi a movimento di persone e di idee che ignorano la sua storia, i suoi perché e il suo funzionamento.

Un terzo dei giovani italiani non frequenta l’università e nel 2017, l’87 non ha trascorso nemmeno una notte all’estero

Insomma il programma ha fallito nel trasformare un progetto di integrazione in un moto generazionale e non ha resistito alle turbolenze refendarie degli ultimi anni, dalla Grecia passando per la Gran Bretagna, svelando piuttosto una totale mancanza di conoscenza e di consapevolezza delle ragioni storiche e culturali che hanno portato all’Europa unita, troppo complesse per esaurirsi in dieci mesi di spensieratezza.

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D’altro canto, per fare l’Europa non basta una generazione Erasmus. Lo abbiamo visto con l’avanzata dei populismi antieuropeisti (di destra e di sinistra) che hanno sedotto i più giovani, attratti da forze centrifughe come Lega e Movimento Cinque stelle, ma anche Potere al popolo. Secondo una ricerca del 2017 del Pew Research Center i giovani sono più scettici rispetto a chi ha già i capelli bianchi sui benefici portati dall’Unione Europea.

Le forze centirfughe e populiste hanno conquistato una larga fetta di giovani

Forse per fare l’Europa non basta un biglietto aereo. E nemmeno gli entusiasmi delle generazioni passate che proiettano su quella attuale i loro sogni e le loro lotte. Sono necessari valori comuni e un unico credo in quelle sue istituzioni democratiche, costruite sulle macerie del Novecento.

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E questo spirito di comunanza si può rintracciare solo nella contrapposizione con nuove identità che si affacciano da est e che pretendono, a ragione, il loro pezzettino sulla scena nella storia mondiale. Il che non vuol dire abbandonarsi a deliri xenofobi o rinunciare a sentirsi cittadini del mondo, ma riconoscere una matrice comune a cui appellarsi e a cui poter fare ritorno, come dopo una lunga giornata di lavoro.

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