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Nel mondo accademico il fallimento «non è un’opzione» e il disagio mentale viene normalizzato

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In Italia, i dottorandi di ricerca fanno i conti non solo con precariato, burnout e depressione, ma anche con la normalizzazione della sofferenza mentale. Come racconta Giuliano, dottorando in psicologia, «molti colleghi credono che sia normale provare un’ansia così grande da avere paura di andare a lavorare all’università o da avere episodi di insonnia». La maggior parte degli atenei, però, non sembra essere in grado di adottare misure efficaci per tutelare la salute mentale, tra servizi inesistenti o lunghi tempi di attesa. E così, i ragazzi e le ragazze di ADI, associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, provano a fare da soli, proponendo soluzioni dal basso a salvaguardia del loro benessere psichico e di quello dei colleghi.

La salute mentale per i dottorandi di ricerca

Secondo un articolo uscito a giugno su Nature, i dottorandi di tutto il mondo «hanno bisogno di maggiore supporto per gestire i problemi di salute mentale, come depressione e ansia». Lo studio, citato nell’articolo e incentrato sulla realtà nordamericana, sottolinea come un tutoraggio quasi assente, l’impossibilità di accedere ai servizi di consulenza e la mancanza di formazione per le carriere non accademiche siano alla base della maggior parte dei disturbi riscontrati nei dottorandi di ricerca. In un mondo, come quello accademico, in cui il fallimento «non è un’opzione» e si vive per pubblicare quanto più possibile sulle riviste scientifiche, il disagio mentale raggiunge spesso livelli clinici significativi.

Il quadro descritto da Nature è sovrapponibile alla realtà accademica italiana, dove, alle difficoltà che accomunano i dottorandi di ricerca di quasi tutto il mondo, si aggiungono anche criticità tipicamente nostrane. Ad esempio, come dice Gabriele, dottorando all’Università di Bologna: «quando si fa domanda per un dottorato all’estero si parla di “job application”, non di una borsa di studio. C’è una discrepanza tra come il dottorato viene disciplinato e ciò che è nei fatti: in Italia si tratta come periodo di studio, ma in realtà presenta tutte le caratteristiche di un lavoro».

Questo determina non solo l’assenza di tutele rispetto all’orario speso in laboratorio, in biblioteca, o nelle organizzazioni, come aziende e ospedali, ma anche la mancanza di misure a supporto della genitorialità. «Devo dare 18 esami da qui a luglio. È come se stessi lavorando 16 ore al giorno senza nessuna forma di tutela sindacale», racconta Andrea, psicologo e dottorando in Economia. «In una qualsiasi altra forma di lavoro questo non sarebbe accettabile. E poi sfido chiunque a trovare un lavoro in cui se nel primo anno decidi di abbandonare il posto devi poi restituire l’importo dello stipendio che ti è arrivato, nonostante tu abbia prodotto magari qualcosa, come nel caso dei percorsi di dottorato».

C’è poi un altro elemento, spesso sottovalutato, ma che incide sul benessere mentale dei dottorandi di ricerca. Come spiega Andrea, «noi siamo sì lavoratori ma anche giovani in formazione». «Quando si fa un dottorato si è un momento delicato della vita: ci si chiede cosa si farà dopo, se si è troppo giovani o troppo vecchi per fare un determinato lavoro, se si sarà pagati dopo il dottorato o come si farà a mettere su famiglia con i soldi che si guadagnano», racconta Michele. Letta in questa chiave, l’assenza di supporti adeguati da parte degli atenei appare ancora di più come una dimenticanza grossolana.

Precari soli al lavoro

In molti casi, la filosofia adottata dagli atenei nei confronti dei percorsi di dottorato è quella del chiodo-schiaccia-chiodo. «Ho visto persone che hanno abbandonato il dottorato o sono andate in terapia perché non ce la facevano più. Ma d’altronde, il dottorando o l’assegnista si possono cambiare facilmente e quindi la loro salute mentale non interessa», spiega Michele. «Se lasci è perché secondo loro non sei grado, tanto ci sarà un altro. Ma questo discorso, che viene fatto dall’alto, non è sempre giusto».

E in effetti i dottorandi di ricerca sono spesso lasciati a se stessi nella gestione del lavoro, una condizione che può compromettere il benessere mentale. «Credo che lo studio sia uno dei lavori più belli, ma più frustranti che esistano», racconta ancora Andrea. «Il dottorato è ancora più entusiasmante, ma il fatto di essere lasciati a se stessi espone a dover fare i conti con il proprio demone personale». E si soffre. «Assegnisti e dottorandi di ricerca sono figure lasciate a se stesse», dice Michele. «Siamo abbandonati e non ascoltati».

Il sostegno alla salute mentale (che non c’è)

All’Università di Bologna è attivo un servizio psicologico di ateneo. Ma, al momento, la lista d’attesa per avere un appuntamento è di circa sei mesi. Troppi per fronteggiare quella che è percepita come una necessità urgente non solo da dottorandi e assegnisti ma anche dagli specializzandi, altre figure ibride che si muovono tra il mondo dello studio e del lavoro. Ma i ragazzi e le ragazze di ADI non sono stati con le mani in mano. «Con l’ADI di Chieti abbiamo organizzato seminari in cui poter dare a dottorandi e assegnisti gli strumenti per identificare i segni precoci di ansia e stress», spiega ancora Michele. «Abbiamo anche dato i mezzi per imparare a modulare e ridurre l’ansia e attivato un percorso di ascolto e psicoterapia».

Il gruppo di lavoro di ADI è poi passato alla definizione di un piano per la tutela della salute mentale negli atenei, che non può più essere appannaggio delle singole università. «È una problematica diffusa e si rischia di marginalizzare alcune realtà», dice Andrea. «Per questo non è possibile che il servizio di counseling sia a discrezione dei singoli atenei». Lo scambio di esperienze, ma soprattutto di soluzioni, è sentito dai ragazzi e dalle ragazze di ADI come un punto fondamentale da cui partire per garantire il benessere mentale di tutti. «Prima di ridurre gli stress esterni, bisogna dare alle persone le capacità alle persone per essere più resilienti, attraverso il dialogo, il confronto, la comunione di esperienze. Stiamo lavorando per permettere alle persone di trovare un momento di apertura e confronto su cui poter costruire. Se sento una persona che ha il mio stesso problema e mi faccio raccontare da lei come lo supera giornalmente, posso poi, passo dopo passo, costruire il mio benessere psicologico».

Senza dubbio, però, il momento storico potrebbe rendere più veloce il cambiamento verso una salute mentale intesa come diritto imprescindibile anche all’interno degli atenei italiani. Come spiega Giulia, dottoranda in diritti umani alla Scuola Superiore Sant’Anna, «questa che abbiamo adesso è una finestra di opportunità unica». La salute mentale, infatti, interessa se non ancora le prime pagine dei giornali, le pagine interne dei quotidiani e le agende dei politici. «C’è sempre più attenzione su questo argomento», continua. «Se vogliamo cambiare qualcosa, questo è il momento».

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