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'Una donna promettente' è il film sulla cultura dello stupro che devi vedere

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Cassie è un’ex “Promising young woman”. Alla soglia dei trent’anni è una donna distrutta dal dolore per la perdita della sua migliore amica. Cassie ha lasciato la scuola di medicina in “circostanze inusuali” e di giorno lavora in una caffetteria dai colori pop, mentre di notte va nei locali frequentati da uomini perbene, fingendo di essere tanto ubriaca da non stare in piedi. E ogni notte un “bravo ragazzo” le si avvicina per vedere se sta bene. Il copione è sempre il solito: il “bravo ragazzo” finisce per scambiare l’ubriachezza per consenso, cerca di stuprarla e solo a quel punto Cassie si rivela pericolosamente sobria. E così, settimana dopo settimana, Cassie ripete il suo meticoloso rituale. Promising young woman, Una donna promettente di Emerald Fennell, è una storia di vendetta maniacale e resistenza al limite della sociopatia. Candidato a cinque premi Oscar e vincitore per la miglior sceneggiatura e del Bafta, per qualcuno è un manifesto femminista, per altri è molto di più: è un punto di vista nuovo e spietato su quegli atteggiamenti che tendono a normalizzare, giustificare e spettacolarizzare la violenza di genere. Il vero collante alla base di una cultura solidale con lo stupro, di cui sono impregnati gli uomini come le donne.

“Le ragazze come quella si mettono in pericolo”

In una delle scene iniziali, un Adam Brody infastidito dai commenti sessisti dei suoi colleghi nei confronti di Cassie (Carey Mulligan), che si finge ubriaca sul divano del locale dove sono a bere, recita la parte del cavaliere pronto a salvare la donzella in pericolo. E così si offre di darle un passaggio fino a casa, perché, si sa, “le ragazze come quella si mettono in pericolo”. Peccato che poi proverà a stuprarla, seguendo alla lettera il primo corollario della cultura dello stupro: se non può dire no, allora è un sì. Perché ciò di cui parla davvero il film è quello che uomini e donne hanno normalizzato all'interno del nostro sistema valoriale. E cioè che lo stupro non solo è giustificato, ma in alcuni casi è, come in Promising young woman, addirittura considerata “una cosa da ragazzi”, quasi un rito di iniziazione. Si considera quindi normale ciò che invece è inaccettabile, come tornare a casa con le chiavi in mano o cambiarsi le scarpe prima di uscire dall'ufficio, così da essere in grado di correre in caso di pericolo. «Lo stupro non disturba la pace», dice la regista e scrittrice francese Virginie Despentes. Tutte convinzioni con i quali le donne sono cresciute, accettando qualcosa che è inammissibile. Ma la vendetta - senza catarsi - di Cassie nei confronti dei “bravi ragazzi” ha il pregio di smembrare uno dei meccanismi alla base della cultura dello stupro: quello che appiattisce le donne nel ruolo di vittima. Uno strumento come un altro per ricordare alle donne quale sia il loro posto. Un ruolo che non prevede che le donne possano salvarsi da sole. Come, invece, fa ogni volta Cassie, con rabbia e con cupezza.

La cultura dello stupro e le donne che si salvano da sole

Fu la regista e produttrice statunitense Margaret Lazarus tra le prime a parlare di “cultura dello stupro” nel documentario Rape Culture che esamina il tema della rappresentazione dello stupro nel cinema, nella musica e nelle altre arti. Secondo Pamela Fletcher, Emilie Buchwald e Martha Roth, la cultura dello stupro è «Un complesso di credenze che incoraggia l’aggressività sessuale maschile e sostiene la violenza contro le donne», dove «sia gli uomini che le donne assumono che la violenza sessuale è “un fatto della vita”, inevitabile come la morte o le tasse». Ma negli ultimi anni, qualcosa comincia a muoversi. L’onda del #MeToo ha ricordato, con i suoi hashtag e le sue piazze piene, che le donne si salvano da sole, senza bisogno di etichette o di eroi. E che l’aggressività maschile non è più accettabile, né per le donne ma neanche per gli uomini. In Italia, l’hashtag #ilgiornodopo ci ha insegnato che la violenza crea sopravvissute, non vittime, che chiedono di essere credute anche se dopo una violenza non hanno denunciato subito. «Sono stata a letto con centinaia di maschi senza mai rimanere incinta, e comunque sapevo dove andare ad abortire, senza l'autorizzazione di nessuno, senza rischiare la pelle. Sono diventata una puttana, ho passeggiato per la città con tacchi alti e profonde scollature, senza doverne render conto a nessuno, ho incassato e speso ogni centesimo che ho guadagnato», rivendica con consapevolezza Virginie Despentes, sopravvissuta a uno stupro. La stessa di Cassie in Promise young woman, dove il corpo diventa lo strumento privilegiato per demolire una cultura violenta, che condanna una donna ubriaca alla mercé del “bravo ragazzo”.

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