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La Trilogia della Morte: i film mai realizzati di Pier Paolo Pasolini riprendono vita

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Le ultimissime parole dell’ultimissimo film di Pier Paolo Pasolini sono: «Non esiste la fine. Aspettiamo, qualche cosa succederà». O meglio: avrebbero dovuto esserlo, perché si tratta della battuta finale di un film che non è mai stato scritto né girato, ma affidato soltanto al nastro di un registratore e scoperto qualche giorno dopo la morte del regista, ucciso brutalmente sul lungomare di Ostia il 2 novembre 1975. Si tratta di un’avventura cinematografica apocalittica con un titolo emblematico: “Porno-Teo-Kolossal”. Un film mai realizzato, come tanti altri che Pasolini ha lasciato dietro sé (32, contro i 16 titoli della filmografia ufficiale). Un film che avrebbe chiuso una saga cinematografica, la Trilogia della Morte, aperta da un altro titolo che, a differenza degli altri due, è riuscito ad approdare nelle sale: “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Mancava tuttavia un film all'appello, il secondo della trilogia, che finora è rimasto nascosto. E che scopriremo fra qualche riga.

La Trilogia ritrovata di Pasolini

A cent’anni dalla nascita del primo grande intellettuale transmediale italiano, che ha spaziato dalla letteratura al cinema alla pittura, è possibile ricostruire per la prima volta la struttura di questa Trilogia perduta, sparsa in frammenti rimasti a lungo sepolti negli archivi. Collegarli è stato un vero e proprio lavoro da magistrato d’inchiesta. Il puzzle non è però completo, e tale resterà per espressa volontà dell’autore, la cui produzione è stata un crescente elogio del non-finito: «La morte compie un montaggio fulmineo della vita», diceva Pasolini. Perché dunque «uccidere» un film col montaggio? «Perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?», recita la battuta finale di un altro suo film, “Il Decameron”, pronunciata dallo stesso Pasolini che nel film veste i panni di un allievo di Giotto.

Proprio “Il Decameron” costituisce il primo capitolo di un altro gruppo di film che invece celebra la profonda distanza ideologica dalla Morte: la Trilogia della Vita. Negli Anni Settanta Pasolini sperimenta la crudeltà di una società capitalistica e consumistica che sta dando il colpo di grazia alle varie realtà particolari, dialettali e contadine di un’Italia rimasta uguale a se stessa dal Medioevo. Quell’umanità rurale, sincera e vitale, che vive il sesso in maniera spontanea, è al centro anche degli altri due titoli della Trilogia della Vita: “I racconti di Canterbury” e “Il Fiore delle Mille e una notte”.

Lo scandalo è servito: la società «perbenista e falsamente tollerante», come la definiva Pasolini, non poteva sopportare che il mezzo (borghese) del cinema esprimesse un tale modo di vedere le cose. Il regista gira sequenze esplicite, che verranno giudicate «dal gusto pornografico», con l’intento di smuovere le coscienze, di provocare – convinto, com’è rimasto fino all’ultimo respiro, che scandalizzare fosse «un dovere, oltre che un enorme piacere». Rifugiandosi in un passato genuino e letterario ispirato agli omonimi capolavori della letteratura medievale, Pasolini lancia un disperato appello alla salvaguardia del patrimonio umano degli umili e degli emarginati. Un appello a soccorrere i paesi in via di sviluppo, nel quale il poeta include anche Napoli e il sud Italia.

Ma a un certo punto tutto cambia: la vita diventa negazione della vita. Il tentativo di Pasolini si traduce in fallimento perché il Nuovo Fascismo, attraverso la televisione e i mass media, ha omologato ogni coscienza, mercificato ogni corpo. Il piacere è stato soppiantato dal possesso del piacere. Nulla è più naturale o reale, tutto è dettato o imposto, in quella che solo tecnicamente è una democrazia, ma in realtà è una dittatura dell’italiano medio, razzista e qualunquista. La diversità non è ammessa: Pasolini, il diverso per antonomasia, non può più essere tollerato.

Il primo capitolo, oltre la Storia

«Il crollo del presente implica anche il crollo del passato, la vita è un mucchio di insignificanti e ironiche rovine». Il presente in Pasolini rappresenta la rivoluzione giovanile, legata a doppio filo a un passato in cui i giovani sono sempre stati capaci di libertà e trasgressione. Il crollo del passato, inglobato dalla borghesia classista, ha implicato anche il crollo delle libertà. Partendo da questo presupposto, Pasolini ha dunque voluto rappresentare la nuova realtà in un trittico di film che si opponesse ideologicamente alla Trilogia della Vita.

Nel giugno 1975 scrive l’ “Abiura alla Trilogia della Vita”, documento pubblicato postumo assieme al film che aveva appena cominciato a girare e che avrebbe costituito il primo capitolo della nuova Trilogia della Morte: "Salò". Si tratta di un film cruento, fortissimo. Ispirandosi alle opere del Marchese de Sade, Pasolini sceglie come allegoria dell'autoritarismo del suo tempo la violenza sperimentata in una villa della Repubblica di Salò, nel 1945. Qui quattro signori schiavizzano e profanano i corpi di decine di giovani, riunendosi ogni volta per decidere a maggioranza le punizioni corporali, dallo stupro alla coprofagia. È l’immagine della ritualità nazifascista, che trasforma la strage in un gesto quotidiano. Una provocazione feroce che ha prodotto effetti grotteschi anche dopo la morte del suo autore: nel 1976, un anno dopo la tragedia di Ostia, la pellicola fu sequestrata.

Il secondo capitolo, Barbablù in salsa de Sade

La «morale» sadiana è al centro anche dell’ipotetico secondo capitolo della Trilogia della Morte, scoperto per caso durante un’intervista del sottoscritto al regista Paul Vecchiali. Il cineasta francese rivela che l’amico Pasolini gli propose di realizzare un film insieme. «Mi disse: io scelgo gli attori e scrivo la sceneggiatura, tu filmi e io ti osservo sul set. Il film doveva parlare di Gilles De Rais e Giovanna d'Arco. C'era già il produttore, gli Artisti Associati. Purtroppo Pier Paolo è morto tre giorni dopo e mi ha lasciato con questo grande rimpianto». Altri indizi [che notoriamente fanno una prova, ndr], li fornisce Pasolini stesso in due dichiarazioni in cui accenna al progetto, che si sarebbe ispirato a una biografia di Gilles de Rais scritta da Ernesto Ferrero e pubblicata proprio in quei mesi.

Il volume parla di colui che fu un grande nobile e maresciallo di Francia del Quattrocento, compagno d’armi di Giovanna d’Arco e modello umano della figura fiabesca di Barbablù, l'uxocirida per antonomasia. Molti studiosi concordano sul fatto che sia stato Gilles de Rais a ispirare tale personaggio, con una sostanziale differenza: le vittime del nobile francese furono centinaia di bambini e ragazzi, violentati e trucidati senza alcuna pietà. A Pasolini dovette apparire perfetto come modello allegorico per un Potere che annienta i corpi e che però ne esce innocente, grazie a una sapiente propaganda. Non è un caso, dunque, se lo stesso Gilles de Rais sia passato come un santo agli occhi dei suoi contemporanei grazie a un scientifica operazione di marketing.

Un self made saint, lo potremmo definire, che grazie a una confessione strappalacrime al Tribunale dell’Inquisizione a un pentimento falso in punto di morte scampa l’odio popolare di centinaia di famiglie straziate dalla perdita dei figli. Di questo progetto di film non rimane traccia scritta, ma soltanto qualche indizio sparso qua e là tra lettere, interviste e ricordi di chi ne ha sentito parlare.

Ultimo atto: oltre la fine del mondo

Concludiamo il viaggio dove l’abbiamo iniziato, con l’ultimo capitolo della Trilogia della Morte. “Porno-Teo-Kolossal“ è un progetto tragicomico nato negli Anni Sessanta per essere interpretato da Totò. La vicenda narra l’impresa di un re magio randagio di Napoli, Epifanio, la cui parte era destinata a Eduardo De Filippo, e del suo schiavetto Nunzio, interpretato dal fedelissimo Ninetto Davoli, all’inseguimento della Cometa dell’Ideologia verso il luogo di avvento del Messia. L’itinerario attraversa città-utopia che trasfigurano la Roma, la Milano e la Parigi dell’epoca in Sodoma, Gomorra e Numanzia, dove l'autorità violenta annienta i corpi e punisce col dolore e con la morte la diversità sessuale. La Cometa si sposta poi verso Oriente e i due la seguono in aereo.

Derubati finanche dei vestiti in uno scalo indiano, Epifanio e Nunzio si dirigono in mutande a Ur. Giunti alla grotta del Messia, immersa in un deserto apocalittico, trovano solo un bambino arabo, che rivela che il Messia è nato ed è anche morto. È la disillusione totale, la fine di tutto. Disperato, Epifanio muore, ma Nunzio si trasforma in angelo e lo porta con sé in cielo. Il paradiso però è introvabile e i due, sospesi nello spazio nero, guardano la Terra dall'alto. Il vuoto, tuttavia, lascia luccicare ancora la speranza, in un modo così dolce che sarebbe impossibile descrivere se non con le parole scelte da Pasolini negli ultimi, tragici giorni della sua vita:

«Come tutte le Comete, anche la Cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza quella stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto…»

E mo’ ? Nunzio si è, chissà perché, un po’ riconsolato: «Embè, sor Epifà – risponde –. Nun esiste la fine. Aspettamo. Qualche cosa succederà».

La civiltà dei consumi secondo Pasolini

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