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Donna e migrante, ecco il nuovo disoccupato italiano

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A metà del 2020 i migranti nel mondo erano 281 milioni. Venti anni prima erano 173, segnando un aumento del 2,4% annuo in media con un ritmo particolarmente elevato per i migranti forzati  (quasi quadruplicati nello stesso periodo). Numeri che inquadrano rapidamente l’aumento del fenomeno migratorio mondiale, peraltro destinato a impennare ulteriormente nei prossimi anni a causa del riscaldamento globale. La risposta mondiale però è sostanzialmente univoca (fatte le dovute eccezioni): si alzano muri, si individua nel migrante un nemico da combattere. All’Italia, ad esempio, fermare i migranti è costato già 1,3 miliardi di euro e ha indirettamente provocato migliaia di morti – come emerge dai terrificanti calcoli di UNHCR e OIM. Nel 31esimo Dossier Statistico Immigrazione, a cura di Idos, in collaborazione con Confronti e Istituto di Studi Politici "S. Pio V", invece, si individuano i mestieri e la situazione occupazionale dei migranti in Italia e nel mondo. E non ci sono buone notizie.

Il profilo dei nuovi disoccupati italiani

Poco più della metà (51,9%) dei residenti stranieri in Italia è donna. Sono 2,6 milioni di persone, e più della metà tra queste si concentra in tre professioni: badanti, collaboratrici domestiche e addette alle pulizie di uffici ed esercizi commerciali (basti pensare che la stessa fetta di popolazione femminile italiana si divide invece tra 20 professioni). Il 39,7% delle donne straniere residenti, in particolare, è un’addetta ai servizi domestici o di cura. Secondo il Dossier Statistico Immigrazione la donna straniera è il profilo lavorativo più colpito dalla crisi di Covid-19. Costrette spesso ad accettare lavori umili, sottopagati e sommersi, hanno dovuto rinunciare a ogni diritto. Tra gli stranieri, così come tra gli italiani, gli uomini trovano più facilmente impiego: le donne sono infatti il 42% degli occupati stranieri. L’Idos sottolinea come con l'imporsi della pandemia essere donna si «conferma fonte di accresciuta vulnerabilità: un doppio svantaggio con chiari riflessi nel tessuto occupazionale».

D’altronde i dati sono chiari: la pandemia ha prodotto un eccezionale calo dell'occupazione (-456mila), che ha però riguardato innanzitutto gli stranieri (-159mila) e, tra loro, le più penalizzate sono proprio le donne (-109mila). Stabilendo una ipotetica scala di gruppi sociali emarginati in Italia, si capisce come le donne lavoratrici straniere rappresentino quello più sfortunato e al quale sono precluse più possibilità. Nel rapporto si evidenzia quanto le lavoratrici straniere siano diminuite in misura più elevata sia rispetto agli immigrati uomini (-10,0% a fronte di -3,5%) sia alle donne italiane (-1,6%), che invece risultano colpite in misura simile ai maschi connazionali (verso i quali però pagano in termini di gender pay gap). Il tasso di occupazione delle donne straniere è calato otto volte di più rispetto a quello delle donne italiane.

E paradossalmente proprio le donne straniere hanno contribuito, con il loro lavoro domestico, a tenere sul posto di lavoro le donne italiane. Assistenti familiari e lavoratrici del sistema socio-sanitario hanno pagato anche in termini di salute, con alti livelli di esposizione al Covid-19: tra i casi di contagio denunciati tra i lavoratori stranieri 8 su 10 riguardavano donne. Il dato si fa ancora più sconfortante se si considera – e il rapporto fornisce anche questo dato – la percentuale delle donne sovraistruite. Il 42,3% delle lavoratrici straniere vanta un livello di competenze superiori alle mansioni svolte. Le donne italiane sovraistruite sono invece il 24,8% (dato simile a quello degli uomini italiani). 

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