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Fermare i migranti ci è costato 1,3 miliardi e 20mila morti

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Trentanove corpi recuperati dal mare, quattro sono bambini. È lo spaventoso risultato dell’ultimo naufragio di migranti al largo delle isole Kerkenah, nella provincia di Sfax, in Tunisia. Houcem Eddine Jebabli, della Guardia Costiera tunisina che ha soccorso i 139 naufraghi, risponde sulle operazioni: «Cerchiamo ancora sopravvissuti e cadaveri». Sono già 251, da inizio anno, i migranti morti in mare durante la traversata: vittime della propria speranza e di una serie di politiche elettoralmente vincenti, ma dalla scarsa efficacia. Politiche che sono costate all’Italia 1,3 miliardi € e causato più di 20mila morti in sei anni.

I numeri del fallimento europeo

I calcoli dell’UNHCR e dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) parlano, per il periodo gennaio e febbraio, di 251 morti in mare, soprattutto lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Un numero in crescita rispetto al 2020, che nello stesso periodo ne registrava 233. Anche la percentuale di morti rispetto alle traversate è cresciuta: dallo 0,8% dello scorso anno all’1,6% del 2021. Questi numeri, però, sono solo la punta dell’iceberg: l’OIM, promotrice del progetto Missing Migrants, ha reso pubblico il numero totale di vittime migranti in mare dal 2014: 21.261. Un numero enorme che, peraltro, non conta tutti i naufragi perduti, quelli di cui non rimane traccia. «Due terzi delle vittime risultano disperse senza aver lasciato tracce» ha dichiarato l'OIM «e questo rafforza la nostra posizione per cui è necessario e vi è un urgente bisogno di incrementare la capacità SAR (ricerca e soccorso in mare) nel Mediterraneo». Una richiesta caduta nel vuoto. I migranti non sono i benvenuti, che governi la destra o la sinistra. Così, negli ultimi anni, i Governi italiani si sono sempre più disimpegnati nei soccorsi in mare con metodi che definire “non ortodossi” è un eufemismo, come sottolineato dall’ultima sentenza del Comitato dei diritti umani dell'ONU. E, contemporaneamente, ha speso centinaia di milioni di euro per bloccare e ridurre le migrazioni. Fallendo, nonostante l’indubitabile successo di slogan semplici come “aiutiamoli a casa loro” e “chiudiamo i porti”.

L’inchiesta sui migranti di Actionaid

Un fallimento messo nero su bianco dall’inchiesta multimediale, con tanto di sito interattivo dedicato, di Actionaid: The big wall. 1,337 miliardi € investiti in 25 paesi africani negli ultimi cinque anni, senza produrre sostanzialmente alcun risultato, se si considera che il recente rallentamento degli sbarchi è stato in gran parte dovuto alle folle di migranti ammassati nei campi di concentramento libici. Una fitta rete di linee di credito che dalla Libia (beneficiaria, da sola, di 44 progetti e 210 milioni €) al Niger (12 progetti per 12 milioni €) copre il continente africano dal Mediterraneo all’equatore. «L’abbiamo chiamato il Grande Muro» dice Actionaid. «Potrebbe essere uno di quei giochi di strategia che impegnano nottate, per appassionati di geopolitica, conflitti, finanza. Ma è la realtà ed è il frutto di anni di investimenti, sperimentazioni, documenti e riunioni». Sperimentazioni come la serie tv Miraj, in Etiopia, che racconta la storia di giovani ingenui che sognano l’Europa. Ingannati da loschi personaggi. Ma, soprattutto, armi ed equipaggiamenti militari (forniti anche a paesi non proprio democratici): fuoristrada per la polizia di frontiera tunisina, ambulanze e autobotti per l’esercito in Niger, motovedette per la Libia, droni di sorveglianza che decollano dalla Sicilia. Poi la tecnologia: sistemi satellitari, software per registrare impronte digitali in Egitto, laptop per la polizia nigeriana. Un continuo andirivieni di voli aerei tra Libia e Nigeria, Guinea, Gambia. Centri di coordinamento marittimo, posti di polizia nel mezzo del Sahara, uffici di orientamento al lavoro in Tunisia o Etiopia, cliniche in Uganda, strutture per minori in Eritrea e nei campi profughi in Sudan. E infine i corsi di formazione: per produrre yogurt in Costa D’Avorio, aprire un’azienda agricola in Senegal o un salone di bellezza in Nigeria, rispettare i diritti dei rifugiati, usare una postazione radar. Progetti e fiumi di denaro distribuiti con poca trasparenza e una sola regola: fermare chi vuole partire.

Un approccio miope alle migrazioni

Sì, perché non fatevi ingannare dagli yogurt ivoriani, il 50% del budget è usato per rafforzare i controlli alle frontiere. Strategia che aiuta le reti di trafficanti: «Inasprendo i controlli lungo frontiere e arterie di comunicazione intra-africane, si finisce infatti per spingere chi viaggia nelle mani delle stesse organizzazioni criminali che l’Unione Europea, a partire dall’Agenda per le migrazioni del 2015, ha dichiarato di combattere» spiega Actionaid. Insomma, l’approccio europeo e italiano al fenomeno migratorio è ancora quello emergenziale: si contrastano le migrazioni nel vano (e costoso) tentativo di fermarle. Il nuovo Patto per le Migrazioni e l’Asilo, presentato nel settembre 2020, persegue questa linea puntando sui rimpatri e la cooperazione coi paesi di provenienza. Manca la volontà politica di accettare il fenomeno migratorio come un elemento strutturale della nostra epoca, perché anni di propaganda hanno reso impossibile ai Governi dire la verità all’elettorato. Che le migrazioni saranno un fenomeno comune nel mondo del futuro e che costruire un “Grande Muro” da 1,3 miliardi non è servito a niente.

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