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La destra ha provato ad affossare il referendum sulla cannabis. E ha fallito

Dopo la “tagliola” sul DDL Zan, la destra ha provato ad affossare anche il referendum per legalizzare la cannabis. I partiti “del popolo”, Lega e Fratelli d’Italia, hanno presentato un emendamento in Commissione Affari Costituzionali che avrebbe annullato la proroga per il deposito delle firme approvata dal governo qualche settimana fa e, quindi, la validità della raccolta. Il rischio di veder sfumare un referendum sostenuto da 630mila firme è stato altissimo. A presentare la mozione Igor Iezzi, deputato della Lega la cui elezione fu salutata come un successo dal gruppo neofascista Lealtà Azione, da un mese balzato agli onori della cronaca grazie all’inchiesta sulla Lobby Nera di Fanpage e Piazza Pulita.

Un dibattito che spaventa

Dopo un rinvio del voto oggi pomeriggio, l’atmosfera era divenuta tesa tra i sostenitori del referendum. La consultazione decisiva è avvenuta dopo le 18.30 con la bocciatura dell’emendamento. «Andiamo avanti» ha twittato la deputata Giuditta Pini. L'argomento droghe leggere spaventa da sempre la destra italiana. Per Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe e membro del Comitato Promotore, questa manovra è stata «l’evidenza che ancor prima dell’esame da parte della Corte Costituzionale, il dibattito pubblico e trasparente sulla fine del proibizionismo sulla cannabis fa talmente paura a Lega e Fratelli d’Italia da far loro tentare un blitz antidemocratico.» L'emendamento sarebbe stato «un attacco diretto ai diritti costituzionali di oltre 600.000 concittadini che hanno firmato per chiedere di discutere e decidere su quello che da troppi anni la politica istituzionale non vuole affrontare. Un attacco, peraltro che proviene da chi, per i suoi referendum sulla giustizia, ha chiesto ed ottenuto la proroga per una raccolta di firme che non sappiamo neanche se sono state poi depositate in Corte di Cassazione.» Una manovra, quindi, strumentale a una certa propaganda della destra che sulla cannabis non vuole sentire ragioni, nonostante l'entusiasmo popolare attorno a questo referendum.

La raccolta firme e il protagonismo dei giovani

«Qui muore solo il proibizionismo», hanno urlato i giovani scesi in piazza a sostegno del referendum e che ora rischiano di essere traditi dalla politica. Non è un caso, infatti, che la maggior parte degli aderenti alla campagna di raccolta firme per rendere la cannabis legale sia stata under 35. Campagna che è partita lo scorso 11 settembre e che ha registrato la maggioranza delle sottoscrizioni online, mentre solo 5mila sono quelle raccolte per strada. Il referendum, promosso anche dall’Associazione Luca Coscioni e da Meglio Legale, vuole abrogare alcuni punti del Testo unico sulle droghe, in vigore dal 1990, al fine di depenalizzare la condotta di coltivazione di cannabis per uso personale (mantenendo invece soggette a sanzione la fabbricazione, la produzione e la detenzione ai fini di spaccio) ed eliminare tutte le pene detentive, ad eccezione dei casi riferibili ad associazioni finalizzate al traffico illecito. Con il referendum si punta anche a eliminare la sanzione amministrativa del ritiro della patente collegata all'uso personale di sostanze stupefacenti, anche se rimane, in ogni caso, la sanzione per chi guida in stato alterato. Temi che avrebbero potuto scomparire dall’agenda politica.

La guerra alla droga

Di droghe leggere e della loro legalizzazione si parla ormai da anni, anche come risposta al narcotraffico e al sovraffollamento nelle carceri. Oltre il 36% dei detenuti in Italia, molti dei quali con problemi di dipendenza, è infatti in carcere per reati connessi alle droghe. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità si è espressa contro il proibizionismo, raccomandando invece di favorire la gestione e la regolamentazione. Non solo. Una legalizzazione porterebbe benefici anche in termini di posti di lavoro: nello Stato di Washington, che nel 2012 ha reso legale la marijuana, circa 10mila persone lavorano nel settore. La possibilità di portare la questione dell’uso della cannabis nel dibattito pubblico poteva essere quindi un modo per mitigare lo stigma sociale e la discriminazione che accompagna l’utilizzo di queste sostanze. Un’occasione per allinearci anche ad altri Paesi.

«E se fosse legale?», la manifestazione per la cannabis
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