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Gli smartphone e i data center danneggiano l'ambiente, e voi non lo sapete

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A seguito delle grandi manifestazioni di piazza del #FridayForFuture il tema dei cambiamenti climatici è tornato sotto i riflettori della stampa e della politica internazionale. Quotidianamente, spesso senza accorgercene, partecipiamo a processi produttivi di dimensioni ed effetti enormi sull’ecosistema planetario. Alcune azioni ci possono sembrare più evidenti, a partire dagli scarti fisici dei rifiuti o dalle emissioni dei nostri mezzi, mentre altre lo sono molto meno, come le grandi catene produttive che stanno dietro ai servizi dell’economia digitale. C’è un detto che circola negli ambienti di informatici e programmatori. “Non esiste nessun cloud, è solo il computer di qualcun altro”. Durante le nostre giornate facciamo sempre più uso di dispositivi elettronici e di telefonia mobile capaci di raccogliere un’enorme quantità di dati. Spesso queste informazioni sono raccolte non solo sui nostri dispositivi fisici, ma anche e soprattutto in grossi computer accumulati da qualche parte nel mondo. Così ogni volta che facciamo uso di servizi di clouding, cioè servizi di salvataggio online dei nostri dati, non stiamo immagazzinando file sulle nuvole, ma su altri computer sempre accesi e connessi che usano energia e producono quindi inquinamento.

I data center producono tanto CO2 quanto l’intero trasporto aereo mondiale

Quanto inquinano i big data? I cosiddetti data center sono enormi centri di elaborazione dati, costituiti da grandi stanze piene di computer, che stando alle stime immettono complessivamente nell'atmosfera una quantità di CO2 pari all'intera industria del trasporto aereo. A lavorare non sono solo i processori che analizzano i dati, ma anche i sistemi di raffreddamento che permettono loro di funzionare. Una grossa banca dati ha un consumo pari a quello di una città da un milione di abitanti, coprendo complessivamente il 2% della domanda elettrica mondiale. Nel 2018 la ricercatrice Joana Moll ha calcolato che una singola ricerca su Google produce 10 grammi di anidride carbonica. Considerando che ogni secondo ne vengono compiute circa 4700, ogni minuto Google produce circa 500kg di CO2. Oltre alle nostre attività online, dobbiamo considerare anche l’avvento dell’Internet Of Things, cioè la presenza di dispotivi domestici o elettronici connessi in rete, che aumenta in modo esponenziale il numero di dati raccolti. Secondo Climate Change News, l’intera industria dell’informazione potrebbe essere responsabile del 3,5% di tutte le emissioni nel mondo, con la possibilità concreta di raggiungere il 14% entro il 2040. Da non sottovalutare è inoltre l'impatto ambientale dovuto al cosiddetto mining delle criptovalute, che attualmente richiede la stessa energia necessaria a sostenere una nazione come l'Irlanda.

Le nostre ricerche su Google producono 500 kg di CO2 al minuto

Ma dove si trovano questi data center? Google ha pubblicato di recente il portale Where the Internet Lives, un sito dove vengono pubblicate foto e informazioni dei suoi centri di elaborazione dati. Oregon, Los Angeles e altre città statunitensi, ma anche San Paolo, Belgio, Londra, Sidney e metropoli asiatiche. Anche la Danimarca, per l’elevato rendimento da fonti rinnovabili, è un paese molto ambito dalle company dell’IT come sito di nuovi data center, al punto che si prevede un aumento dell’impronta del carbonio della Danimarca di oltre il 10% entro il 2030 proprio a causa di questi centri. Anche Facebook ha programmato la realizzazione di un data center in territorio danese entro il 2020, a Odense, mentre Apple punta ad Aabenraa e Google ha acquistato nello Jutland orientale un terreno grande come 10 campi da calcio. Nel cercare di affrontare problemi come questo, spesso si presentano modelli di green economy che si rivelano in realtà modi di sfruttare economicamente la situazione, offrendo nuovi servizi con una facciata ecologista. Ma una questione così grande e complessa come quella del riscaldamento globale non può che essere affrontata ripensando complessivamente i modelli di produzione e l’attuale sistema economico, basato esclusivamente sul profitto senza considerare la finitezza delle risorse e l’impatto sull’ambiente.

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