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The State of Technology

Dal FullHD alla risoluzione 4K: una corsa troppo rapida?

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Nei primi vent’anni del ventunesimo secolo abbiamo assistito alla transizione dei nostri schermi a tecnologie sempre più avanzate: LCD, televisori al plasma, a Led, gli HD, i Full HD, gli schermi 3D e ora il cosiddetto 4K.Una sigla, quest’ultima, che indica la risoluzione orizzontale dello schermo, 4096x2160 contro i 1920x1080 del suo predecessore FullHD. Secondo Jorge Rojas Bartra, marketing manager di Sony, il passaggio da FullHD a 4K equivale a quello che separa l’esperienza televisiva domestica a quella cinematografica. Questo ovviamente significa che per godere dei benefici della tecnologia 4K lo schermo deve essere sufficientemente grande, minimo 50 pollici. Uno dei vantaggi di questa risoluzione è legata anche alla distanza dallo schermo e allo spazio necessario per la fruizione: se con il FullHD è necessario stare ad una distanza pari a due volte la diagonale del televisore per avere una visuale che non sia granulare per via dei singoli pixel, con il 4K possiamo permetterci una distanza minore, circa pari alla diagonale dello schermo, il che può essere un grosso vantaggio per chi non dispone di grandissimi salotti in appartamento.

Il passaggio da FullHD a 4K equivale a quello che separa l’esperienza televisiva domestica a quella cinematografica

Ma cosa succede quando una tecnologia accelera il suo sviluppo prima che il mondo riesca ad adattarsi? È questa la domanda che da qualche anno ci si pone, soprattutto in Italia. Per poter usufruire pienamente delle tecnologie 4K, occorrono infatti programmi e contenuti emessi in tale risoluzione. È anche vero che un televisore 4K con un motore grafico potente può trasformare un contenuto FullHD effettuando un cosiddetto upscaling e portandolo a 4K, ma questo viene considerato una sorta di fake 4K. Per capire la situazione bisogna considerare che mentre i canali televisivi del digitale terrestre sono per lo più su base nazionale, il satellitare e lo streaming online permettono – teoricamente – di fruire di contenuti accessibili di altri paesi, anche se poi fattivamente spesso pongono dei blocchi volontari in base alle cessione nei vari stati dei diritti di diffusione.

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Dal 2016 la Rai ha reso disponibile con questa definizione un canale gratuito, Rai 4K, sulla piattaforma satellitare tivùsat e dal 2018 anche le partite di Champions League e la serie tv, tratta dal romanzo di Elena Ferrante, L’Amica Geniale. Non è molto, e lo standard purtroppo resta ancora il FullHD. Per quanto riguarda Sky, che festeggia in questi giorni il milione di clienti di Sky Q, l’offerta 4K si sta ampliando, dalle serie tv allo sport. Inoltre Sky aggiunge al 4K il supporto dell’HDR - High Dynamic Range – che consente un’estensione della gamma dei colori e un miglioramento della luminosità. Netflix, invece, offre un pacchetto Premium di 13,99 euro/mese che oltre a permettere la riproduzione simultanea di quattro dispositivi, abilita la massima risoluzione di una parte della programmazione. Come dichiarato sul loro stesso sito però, per questo servizio occorre una connessione internet stabile di 25 megabit al secondo o superiore.

Il 4K dimostra che una nuova tecnologia da sola non basta per poterne sfruttare le potenzialità

Il 4K dimostra che una nuova tecnologia da sola non basta per poterne sfruttare le potenzialità

Negli USA il Netflix locale ha iniziato a proporre contenuti in 4K già nel 2014. Alcuni programmi poi, come lo show automobilistico The Grand Tour su Amazon Prime Video, sono disponibili in 4K solo in inglese, mentre la versione in italiano resta in HD. Tuttavia anche per Amazon Video vale il vincolo dell’alta velocità di connessione. Un grosso limite, per quanto riguarda i canali tv, deriva dal fatto che oltre a spendere risorse per produrre contenuti in 4K, dovrebbero riuscire a reperire sponsor adeguati a questa risoluzione, che altrimenti non sarebbero disposti a vedersi aumentare la tariffa per lo spazio pubblicitario. Inconvenienti come questi si sono verificati in occasione dei mondiali in Russia del 2018 per Mediaset, che disponeva di diritti e contenuti in 4K, ma ha tenuto il segnale chiuso nei laboratori di Cologno Monzese.

Mentre l'Italia arranca ancora per raggiungere i 4K, in Giappone già si prepara il lancio del 16K

Quello che emerge insomma, è che spesso una nuova tecnologia non basta da sola perché ne sia sfruttato il potenziale, ma ha bisogno che i settori limitrofi della produzione si adattino al cambiamento. E mentre in Italia discutiamo ancora di quanto valga la pena investire sui televisori 4K, in Giappone già dal 2016 sono in atto i test sugli 8K. La radiotelevisione pubblica nipponica NHK ha già reso disponibili alcune trasmissioni satellitari in questa risoluzione, e intende svilupparla in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020, per poi impegnarsi al raddoppio dei 16K. Insomma, una corsa in costante accelerazione alla quale sarà sempre più difficile stare al passo.

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