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«Con la cultura non si mangia» se sei un lavoratore under 30

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Stima e affetto, voucher spesa e birre calde, ghosting, contatti ed esperienza. Questi sono i “pagamenti” più comuni nel settore culturale-artistico italiano. Non esistono delle statistiche, né dati ufficiali riguardo a questo genere di retribuzione. Eppure, i giovani italiani under 30 laureati in una qualsiasi materia umanistica che iniziano a lavorare nel proprio settore di competenza, indipendentemente che si tratti di fondazioni, aziende private, musei o archivi pubblici, ormai danno per scontato che verranno sfruttati. A raccontarci il quadro legale di cui si approfittano i datori di lavoro, ma anche la frustrazione emotiva in cui versano quasi 8mila lavoratori italiani, sono tre professionisti under 30 perennemente precari: Angelica, Ruggero e Orlanda.

I dati incompleti sui lavoratori della cultura

Secondo un’indagine Eurostat, nel 2020, in Italia 791mila persone, il 3,5% della popolazione, era impiegato in ambito artistico-culturale, ossia come scrittori, architetti, musicisti, giornalisti, attori, ballerini, bibliotecari, lavoratori artigianali o grafici. Di questi, il 10% erano giovani under 30. Purtroppo, i dati sul settore specifico di impiego, il tipo di contratto e il relativo stipendio di questi 7.900 dipendenti sono inesistenti. Questo è uno dei problemi principali che affligge il mercato del lavoro culturale-artistico italiano: non esistono sufficienti dati quantitativi, né tanto meno qualitativi, che possano fornire un quadro generale dello stato del settore, ed è quindi più difficile non solo mettere in luce il sistema di sfruttamento, ma anche elaborare dei provvedimenti e delle leggi efficaci per migliorarlo. Se la mancanza di dati sia fortuita o una scelta ponderata da parte delle istituzioni è difficile da stabilire. Ma come si può ovviare a questa mancanza?

Un discorso subalterno

Nell’attesa che altre iniziative virtuose di auto censimento, come quella promossa da Berlinale Talents 2022 per capire lo stato finanziario degli esordienti addetti ai lavori cinematografici, si moltiplichino, si può cominciare concentrandosi sui dati qualitativi, cioè raccogliendo le esperienze dei diretti interessati – che hanno chiesto di rimanere anonimi sia per evitare problemi con i loro datori di lavoro, sia per questioni assicurative e fiscali.

Il racconto di Angelica, storica

Angelica è una storica che vive tra Italia e Germania. Sulla propria pelle ha capito che alle raccomandazioni di un tempo si è sostituita una violenta lotta tra sfruttati. Al suo ultimo colloquio di lavoro, hanno preferito un’altra candidata “perché lavorava come volontaria per il museo già da dieci anni”. Quando le chiediamo se pensa sia stato corretto, risponde: «No, credo sia illegale. Per questo, il motivo mi è stato spiegato solo telefonicamente e non nella mail ufficiale di disdetta che ho ricevuto dopo. Però lo posso capire. Io stessa avevo fatto un tirocinio non retribuito di tre mesi nel dipartimento pedagogico di quel museo e pensavo di aver fatto la mia gavetta. Ma a quanto pare non era abbastanza, non lo è mai. Come puoi competere con una persona che ha lavorato gratis per dieci anni? È avvilente».

«Se sai che l’unica opzione di trovare un lavoro è farti sfruttare per anni, o soccombi o rinunci. Si crea una mentalità generalizzata per cui è ovvio non venire pagati e uno non ci spera più. Tra l’altro, da poco, l’Unione Europea aveva promosso una nuova legge che vietava i tirocini non retribuiti, credo anche per combattere questo genere di mentalità, ma molti deputati italiani hanno bloccato l’emendamento. Quando già, spesso, durante i tirocini uno si trova a lavorare in maniera pressoché autonoma dopo la prima settimana di briefing».

Come si possono evitare questo genere di meccanismi? «È difficile. Sicuramente ci vuole un quadro legale che tuteli maggiormente i giovani al primo impiego, degli investimenti economici virtuosi da parte dei governi, ma soprattutto un cambio di paradigma. Appena laureata ero andata all’ufficio di collocamento e mi era stato detto chiaro e tondo che non c’erano degli impieghi adatti al mio profilo, nonostante l’Italia abbia un patrimonio storico immenso. Mi venne però offerto di avviare le pratiche per ottenere il reddito di cittadinanza. Rifiutai, quasi indignata».

Perché hai rifiutato? Non credi il reddito di cittadinanza sia utile? «Dopo anni di studio, sacrifici ed esperienze all’estero, lo Stato italiano, che aveva investito anche dei soldi per formarmi, ammetteva che la cosa migliore che potesse offrirmi erano 500 euro al mese per stare sul divano a guardare la televisione. Come si possono proporre le stesse soluzioni a una ragazza al primo impiego e a un disoccupato di cinquant’anni? La disoccupazione ha diverse sfaccettature, e per ovviare a dei problemi strutturali ci vogliono delle normative specifiche, basate su dati concreti che rispecchiano la realtà. Credo che gran parte dei parlamentari non abbia la benché minima idea delle specificità del lavoro sommerso e in fondo non gli interessi granché. Sarebbe interessante avere una commissione parlamentare sul tema formata da precari del settore. Dubito fortemente che sprecherebbero tutti quei miliardi nel reddito di cittadinanza».

La storia di Ruggero, montatore

Ruggero ha studiato cinema al Dams e frequentato diversi corsi professionali inerenti al settore cinematografico, finanziati dal Fondo Europeo. Dopo aver lavorato in alcune case di produzione, attualmente è impiegato in un archivio cinematografico. Nonostante sia l’unico video-editor dell’ufficio, è precario da anni.

Qual è stato il tuo iter all’interno di questa istituzione? «Ho cominciato a lavorare per questa associazione culturale più di due anni fa con un tirocinio curricolare non retribuito di tre mesi, poi l’ho rinnovato per altri sei mesi grazie ad una convenzione regionale che prevedeva un rimborso spese. Successivamente ho lavorato full-time per quasi un anno, ma venivo pagato tramite prestazione occasionale. Siccome ho lavorato a cavallo di due anni e in più mi pagavano da due enti diversi, sono riusciti a sfruttare questo regime a lungo. Ai miei inviti di regolarizzare la mia posizione, i miei superiori si rimpallavano l’annosa questione di assumermi».

Che opzioni suggerivano? «Insistevano pesantemente perché mi aprissi la partita Iva, la facevano passare come un’occasione di crescita per me, dicevano che mi conveniva. In realtà conveniva a loro, perché in archivio abbiamo un workflow molto irregolare e per loro sarebbe stato più efficiente pagarmi solo su commissione. Allora sono rimasto a casa un mese. Con un’ansia per il futuro incredibile. Quando ho fatto presente ai miei superiori che potevano assumere un altro montatore con partita Iva hanno cambiato atteggiamento, sapevano che non gli conveniva. Ora almeno ho un contratto part time a tempo determinato di un anno, pagato discretamente. E la cosa più allucinante è che sono soddisfatto, perché vedo altre persone molto competenti nel settore che si trovano in situazioni anche peggiori».

Perché credi ci sia voluto così tanto tempo perché la tua posizione venisse regolarizzata? «Voglio essere ottimista e pensare che sia per le poche risorse a disposizione, anche se ormai so quanti soldi girano in archivio e non capisco dove vadano a finire. Quello che ho capito è che se non tiri fuori gli artigli tu, verrai sfruttato a vita. Io di mio ho difficoltà a parlare di soldi, mi sembra sempre di chiedere l’elemosina, nonostante sappia benissimo di essere sfruttato. Credo che sarebbe utile, anzi dovrebbe essere obbligatorio già a scuola, fare dei corsi sul lavoro, sui diritti e i doveri che uno ha. Perché si arriva così impreparati che tutti se ne possono approfittare».

Perché credi ti abbiano assunto alla fine? «Perché nessun altro degli impiegati regolari è in grado di usare i software di montaggio. Io fortunatamente svolgo delle mansioni che nessun altro là dentro è in grado di fare e se si rivolgessero ad un professionista freelance dovrebbero pagarlo il doppio. All’inizio però non mi era chiaro il mio potere contrattuale, e per capirlo mi è stato molto utile parlarne con altri professionisti intorno a me che erano già passati da situazioni simili».

La storia di Orlanda, interprete

Orlanda è laureata in traduzione e interpretariato e conosce perfettamente il francese, l’inglese e lo spagnolo. Da freelance per una grande casa editrice italiana, ha tradotto grandi classici della letteratura internazionale, ma non solo. Ora lavora full time per un’agenzia di traduzioni commerciali in Spagna.

Le tariffe e i contratti sono molto diversi? «In ambito editoriale i contratti erano puntuali di cessione dei diritti d’autore con pagamento a 90 giorni dalla consegna. Le tariffe a forfait erano calcolate al ribasso, sulla base di quanto potesse offrire la casa editrice per ogni singolo progetto, e non sulla difficoltà del lavoro o sulla tariffa proposta dal traduttore. Adesso ho un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio normale che mi permette di vivere tranquilla e godere del mio tempo libero. La mia vita è cambiata in meglio. Ho maggiore controllo del mio tempo e posso fare previsioni a lungo termine».

Che sentimenti suscitava in te il tuo status lavorativo da traduttrice letteraria? «Mi chiedevo se stessero incaricando me perché ho accettato queste condizioni e non una collega più qualificata che ne ha richieste di migliori. Stavo contribuendo a sminuire la categoria? Il problema è che apparteniamo a una categoria professionale frammentata, che non gode di protezione istituzionale e non può avanzare rivendicazioni con una voce sola. Nel settore della traduzione, il sindacato STRADE prova ad ovviare al problema da tempo e ha creato un mentorato, che mette in contatto traduttori esordienti con mentori di lunga esperienza che li accompagnino nei loro primi passi».

Riesci a condividere con i tuoi amici e la tua famiglia le tue difficoltà lavorative? «Sì, perché credo che siano simili a quelle di tanti altri giovani precari in altri settori. L’unica cosa che mi ha sempre infastidito è la sensazione che lavorare nel settore della cultura sia percepito da molte persone del mio ambiente come un successo di per sé. Il che è un problema, perché contribuisce ad alimentare l’idea che fare questo lavoro sia una passione, un piacere e che ciò basti a compensare la precarietà, l’insicurezza, etc».

Conoscere i propri diritti, fare rete, non avere paura

Sentirsi inutili, facilmente sostituibili e manipolabili: il fattore emotivo ha spinto Angelica, Ruggero e Orlanda ad accettare condizioni di lavoro precarie e non eque. Da queste interviste sono però emersi anche alcuni suggerimenti per destreggiarsi nel settore culturale-italiano. Innanzitutto, è fondamentale essere consapevoli dei propri diritti e del proprio potere contrattuale. In questo senso, è molto utile fare rete tra professionisti, condividere le proprie esperienze e non avere timore di parlare delle ingiustizie subite. Anche credere nelle proprie capacità professionali e importanza sul luogo di lavoro è determinante. Tutti questi fattori possono aiutare a negoziare delle condizioni di lavoro più giuste. Infine, è fondamentale richiedere alla politica di promuovere riforme mirate del mercato del lavoro basandosi su dati reali e differenziati, che però prima devono essere raccolti.

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