VD Logo
Il Mondo che Cambia
VD Search   VD Menu

lgbt

Cosa succede a una persona transessuale che interrompe il percorso

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su WhatsApp

Che differenza c’è tra “detransitioner” e “desister”? Una differenza abissale, spiega Valentina Beoni, che passa in entrambi i casi per la disforia di genere – la condizione di disagio o malessere percepito da chi si riconosce nel sesso opposto di quello attribuito alla nascita –, i processi di transizione per riconciliarsi con la propria identità e la propria percezione come transessuale e le terapie ormonali, ma si conclude in modo diverso.

Cosa significa essere 'desister'

«La persona ‘detransitioner’ è pentita del percorso di transizione,» spiega Valentina, 29 anni, che a 18 ha cominciato il suo percorso di transizione FtM – da femmina a maschio – per diventare Valentino, e che due anni fa ha deciso di interrompere la terapia ormonale, per tornare Valentina. «Io non sono una pentita, sono una ‘desister’, perché il mio desiderio di essere un uomo c’è sempre, ma ho visto il percorso di transizione come qualcosa di insormontabile, di troppo difficile e l’ho abbandonato. Ho capito che non avrei mai potuto essere un uomo nel senso biologico del termine.»

Come ha dichiarato anche in precedenza, Valentina è arrivata alla conclusione che «il sesso non si può cambiare, e credere di poterlo fare è un delirio. Al tempo stesso una persona, credo, dovrebbe essere libera di poter intraprendere la transizione se pensa che modificare il proprio corpo possa farla sentire a suo agio». In sintesi, spiega Valentina, ciascuno di noi dovrebbe avere la possibilità di autodeterminarsi, senza dover subire il giudizio degli altri.

L’accettazione da parte della società, della famiglia e da parte di se stessi

I motivi che portano una persona a interrompere il proprio percorso di transizione sono molteplici e complessi, come le difficoltà di questo percorso. Tra questi anche i rapporti sociali e familiari. «Volevo che mia nonna, che stava per morire, rivedesse sua nipote,» racconta Valentina, seduta nel salotto della casa dove è cresciuta con i genitori e tre fratelli minori, tutti maschi. Loro non hanno mai preso una posizione a proposito del desiderio di Valentina di diventare un uomo. «Mia madre e mia nonna sono state felicissime quando ho comunicato loro che sarei tornata Valentina», il padre ha accolto il suo “ritorno” con un certo sollievo.

Quando Valentina pensa a un futuro figlio o figlia, l’ipotesi che questo possa intraprendere un percorso di transizione le sembra sconvolgente. «Mi sono messa nei panni dei miei quando anche io ho iniziato,» spiega. «Per me sarebbe difficile accettarlo innanzitutto perché dovrei vedere quella persona in modo diverso e poi perché, pensando alla felicità di una persona che amo, mi chiedo se davvero questo percorso la renderebbe felice.»

Una delle maggiori difficoltà che ha però trovato Valentina, soprattutto da quando ha smesso di assumere ormoni e medicinali e ha cominciato ad accettare di essere una donna, è stato trovare la comprensione e il riconoscimento da parte della comunità trans, in particolare di quelle persone che avevano completato il percorso di transizione anche dal punto di vista chirurgico, trovando dopo l’intervento una sorta di pace. «Io ho rimandato questo passaggio anno dopo anno, proprio perché non ero convinta,» racconta, spiegando che il procedimento a partire dalla prima visita era stato troppo veloce.

Il percorso di transizione per rettificare il sesso

In Italia il percorso di rettificazione di sesso da uomo a donna (MtF) e da donna a uomo (FtM) prevede innanzitutto una fase di analisi psicologica, in quanto la disforia di genere deve essere diagnosticata da un medico, psicologo o psichiatra. Ottenere una diagnosi attraverso il SSN è un procedimento lento e ricco di burocrazia, perché prevede l’iscrizione a liste d’attesa pubbliche. «Dopo aver fatto coming out con mia madre e aver chiesto informazioni a un’associazione di persone transgender, ho iniziato il mio percorso privatamente,» racconta Valentina, consapevole che sarebbe costato di più, ma anche che sarebbe stato più rapido. «Dopo appena un paio di sedute, infatti, il medico mi diede il nulla osta per cominciare con le procedure ormonali.» Se dieci anni fa Valentina non poteva immaginare le difficoltà a cui sarebbe andata incontro, con il senno di poi avrebbe preferito fare le cose con più calma.

A seguire, un endocrinologo si occuperà di definire la terapia ormonale che andrà a inibire manifestazioni corporee tipiche del sesso di appartenenza (nelle donne le mestruazioni, nell’uomo la crescita della barba), a intervenire sulla muscolatura e sul tono della voce. Tutti effetti che costituiscono un “real life test”, che permette alla persona che ha intrapreso il percorso di cominciare a vivere all’interno della società con sembianze fisiche più simili a quelle del sesso desiderato. Infine, si attiva l’iter legale, autorizzato solo ed esclusivamente dal tribunale, dalla rettificazione di sesso al cambio di nome su carta di identità, fino all’operazione chirurgica – oggi eventuale, mentre secondo la prima legge italiana 164/1982 era obbligatoria per finalizzare il cambio di sesso a livello di dati anagrafici.

«Io non sono mai stata convinta al 100% di voler fare l'operazione, qualcosa di molto invasivo e non sempre dai risultati ottimali: ho rimandato di anno in anno, finché ho capito che comunque non mi avrebbe permesso di diventare davvero un uomo, in senso biologico». Valentina, all'epoca Valentino, ha così smesso di assumere gli ormoni, e ha ricominciato a farsi chiamare con il suo nome di donna, a cui risponde da circa due anni, e nel quale si riconosce.

Le domande indiscrete a un ragazzo transgender
Topicslgbt  giovani  italia 
ARTICOLI E VIDEO