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Perché in Italia serve un congedo mestruale

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Di congedo mestruale, almeno nel nostro Paese, se ne parla dal 2016. Al momento dell’uscita della proposta di legge, che prevedeva tre giorni di permesso, la stampa straniera ci aveva incoronati pionieri dei diritti civili. Peccato che poi si sia tutto arenato, sepolto sotto qualche pila di fogli. Ma in Italia il connubio lavoro-ciclo continua a creare fin troppi problemi a donne e ragazze, costrette a stare sull’attenti anche con le mestruazioni in corso. Colpa dei tabù che ci trasciniamo dietro. Ne abbiamo parlato con tre delle nostre redattrici.

Melissa, 26 anni: tra privacy e tabù

Il calvario inizia dieci giorni prima del mestruo vero e proprio: apro l’agenda e cerco di rimodulare gli impegni. Non sia mai che qualche riunione o incontro importante cada proprio in concomitanza con le mestruazioni. Imbottita di antidolorifici, tra crampi e nausea, non riuscirei nemmeno ad alzarmi dal letto, figuriamoci a far lavorare il cervello. E così sogno un giorno – almeno – di congedo mestruale. Un giorno in cui avere il diritto di sentirmi male, in cui poter spegnere il telefono senza dover dare giustificazioni e aspettare che il tirannosauro che mi si agita in pancia si plachi. Storie di ordinaria femminile amministrazione. Eppure ancora mi vergogno quando devo chiedere al mio capo se posso starmene a casa durante il primo giorno di ciclo. Il motivo? Per quanto grande e grossa vivo ancora il mestruo come un tabù, un momento di debolezza da tener nascosto per non essere da meno dei miei colleghi maschi. E poi come la mettiamo con la privacy? Con un eventuale congedo mestruale dovrei tenere aggiornato il mio capo su ogni spostamento delle mie ovaie, il che, diciamocela tutta, mi secca un po’. Una possibile soluzione? C’è chi suggerisce lo smart working, magari a orario ridotto. Ma per alcune, a causa del dolore, anche questa strada resta impraticabile. Forse sarebbe meglio imparare a non doverci più giustificare.

Gaia, 22 anni: pillola gratis per tutti

Fin dal primo ciclo ho provato dolori tremendi: dalle ossa, alla pancia, alla testa. Senza contare nausea e vomito. Finché andavo a scuola avevo la possibilità di farmi venire a prendere dai miei. Poi è finito il tempo della pietà e ho cominciato a lavorare. Scappare dal posto di lavoro è imbarazzante e con i dolori del ciclo si rischia di non dare il massimo. Ecco perché ci vorrebbe un congedo mestruale. Il ciclo è a tutti gli effetti una malattia. E qui si arriva a un altro punto fondamentale: la pillola anticoncezionale accessibile a tutti, che renderebbe in alcuni casi il mestruo meno doloroso. Al momento una confezione costa 15 €. Non una cifra esorbitante, ma renderla gratuita significherebbe lanciare un messaggio importante per la salute riproduttiva delle donne. È come se la società si accorgesse finalmente delle nostre problematiche, sbarazzandosi di tutti i tabù intorno al ciclo mestruale. Ma se persino la tampon tax sembra un miraggio, figuriamoci la pillola gratuita.

Mariachiara, 25 anni: «Ho le mestruazioni, non sto bene»

Il mio rapporto con le mestruazioni si è sempre svolto sotto il segno, ineluttabile, della sfiga. Non me ne vogliano le ragazze che cinguettano nelle pubblicità, avvolte in assorbenti con le ali e abiti color carta da zucchero. Per me, il primo giorno di ciclo consiste nell'essere fuori uso. Né più, né meno. Mi trascino da un posto all'altro con la sensazione di ricevere stilettate a ritmo regolare nel basso ventre - il tutto condito da nausea, emicrania, mal di schiena e altre piacevolezze. Le scatole di antidolorifici si svuotano come fossero cioccolatini, ma con risultati minimi (e no, non posso prendere la pillola per problemi legati alla proteina omocisteina, ma questa è un'altra storia). Capite bene che, in uno scenario così cupo, il congedo mestruale sarebbe un diritto, non una concessione. C'è chi sostiene che potrebbe ledere la privacy delle donne: perché devo fare sapere al mio capo in quale giorno sto sanguinando? Ma in fondo questo dubbio è figlio di un retaggio che identifica nel ciclo un tabù. Percepiamo ancora le mestruazioni come qualcosa di "sporco" e abominevole - difficilmente ci sentiamo legittimate a dire a un amico o un collega che ci sono arrivate "le nostre cose" (per usare un eufemismo odioso). Io credo che dovremmo ripartire da qui, in una prospettiva tanto basic quanto necessaria. Abbiamo le mestruazioni, non stiamo bene, vogliamo un giorno di congedo dal lavoro; senza timore di scandalizzare nessuno. Anche perché, se vi scandalizzate, il problema è vostro.

Il congedo mestruale all'italiana

Dopo il caso della Coexist, l'azienda che aveva deciso di inserire nel 2016 l'esenzione dal lavoro per le donne con il ciclo, in Italia si era riaperto un dibattito virtuoso sul congedo mestruale. La proposta di legge, firmata da Romina Mura e Simonetta Rubinato, prevedeva 3 giorni di riposo retribuito al mese per le lavoratrici con il ciclo, dietro la presentazione di un certificato medico che attesti la dismenorrea. Una bella proposta, poi arenatasi, che ci avrebbe reso il primo Paese occidentale a introdurre per legge il congedo mestruale. Sì, perché in Giappone esiste già dal 1947, mentre alcune aziende come la Nike lo prevedono dal 2007. Unica pecca? In un Paese in cui le donne costituiscono la maggior parte della forza inoccupata, il congedo potrebbe essere un deterrente in più per assumere lavoratrici. E allora che fare? Una prima soluzione, più pratica e immediata, potrebbe essere un recupero delle ore nei giorni successivi. L'altra, più culturale e di lungo termine, è la creazione di un anti mito alla narrazione della donna in carriera, corazzata come un carro armato sul suo tacco dodici, mascolinizzata a tal punto da non perdersi in assorbenti e crampi. Eppure la vera parità non è omologazione, ma riconoscere le differenze. E il congedo mestruale può essere un buon punto di partenza.

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