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L'immortale poesia de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

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Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders è tornato nei cinema in questi giorni, mentre ricorre l’anniversario del crollo del muro di Berlino, un evento epocale, uno spartiacque che segna un prima e un dopo. A parlarne oggi si rischia di far retorica da quattro soldi, ricorrendo magari agli abusati cliché di un mondo totalitario contrapposto a un mondo libero.

Wim Wenders è il regista de Il cielo sopra Berlino e Così lontano così vicino
Wim Wenders è il regista de Il cielo sopra Berlino e Così lontano così vicino

È un dato di fatto che nell’epoca contemporanea, globalizzata, non si possa più ragionare con queste categorie; si smentiscono da sole, rivelandosi ottocentesche: la barriera non è più uno spauracchio, The wall dei Pink Floyd non sarebbe più un titolo di grido per un concept album di fama mondiale come è stato nel ’79. Ma c’è anche un altro modo di intendere la questione, ed è quello degli artisti.

Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders e il Muro

Uno di questi è senza dubbio Wim Wenders, che con i suoi Il cielo sopra Berlino (1987) e Così lontano così vicino (1993) è riuscito a fotografare il prima e il dopo, verrebbe da dire anche il “durante”, del crollo, vista la chiaroveggenza, l’acutezza e l’irripetibile carica poetica dei film.

Bruno Ganz è Damiel ne Il cielo sopra Berlino
Bruno Ganz è Damiel ne Il cielo sopra Berlino

Se nel primo, sostenuto alla sceneggiatura dall’eccezionale Peter Handke e la magistrale interpretazione di Bruno Ganz, il regista ritrae una Berlino ancora dolente, ferita ma vivida come l’amore tra Damiel e Marion nel suo simbolico sforzo di proiettarsi in avanti, nel secondo, girato a quattro anni di distanza dal crollo del muro, la poesia scaturisce dalla realtà, dall’umano, per toccare con mano le ferite prodotte dal corso del tempo.

La poesia di Peter Handke ne Il cielo sopra Berlino

«Perché sono qui, e perché non sono lì? Quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è solo forse un sogno?» È con queste parole che il poeta, Peter Handke, immortala quello stato di pallida innocenza tipico dell’infanzia, l’infanzia di una nazione che deve ricostruire i suoi spazi, abbracciare i propri sogni di rinascita e aprire finalmente gli occhi su un mondo, l’Occidente, nel quale tuffarsi fiduciosa. Un nuovo amalgama, quindi, una reincarnazione, qui sta il senso di quell’ispirato monologo, di quei suggestivi rallenty che arricchiscono un film come Il cielo sopra Berlino.

Marion è l
Marion è l'amore di Damiel ne Il cielo sopra Berlino

C’è l’attenzione al quotidiano, la pietà verso la più vasta e variegata condizione umana. Un pittore, una donna incinta, il destino di un innamorato, rovine, macerie, gli scarti che una storia con la S maiuscola si è lasciata alle spalle, assurti a simbolo elegiaco (si pensi a tal proposito al magnifico bianco e nero di Henri Alekan) di un destino collettivo, allegoria metafisica delle sorti di un popolo schiacciato dal suo passato ma consapevole di una missione da realizzare su questa terra.

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