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I Campi Flegrei, il supervulcano attivo d’Italia dove vive mezzo milione di persone

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James Garvin, scienziato capo presso il Goddard Space Flight Center della Nasa, ha detto alla radio Npr che l’eruzione del vulcano di Tonga ha raggiunto una potenza di «10 megaton, 10 milioni di tonnellate di equivalente in tritolo». Una potenza pari a 500 volte la bomba atomica di Hiroshima. Alcuni esperti già classificherebbe l’evento come VEI 6 (sulla scala Volcanic Explosivity Index), nonostante non si immaginasse che il vulcano potesse produrre eventi di simile portata. Ma esistono sul nostro territorio vulcani capaci di eruzioni simili? La risposta è sì. Il più pericoloso tra tutti, come ricordava anche il geologo Mario Tozzi in un’intervista a La Repubblica, è quello dei Campi Flegrei, una caldera che sorge tra la città di Napoli e alcuni comuni dell’area occidentale, meno nota e potenzialmente più pericolosa del Vesuvio, classificata come “supervulcano”, a causa delle possibili eruzioni distruttive a cui può dar luogo, capaci di interferire con il clima mondiale. Una pericolosità esasperata dal fatto che all’interno dell’area vulcanica sorgono interi agglomerati urbani, tanto da dar vita a una zona rossa dove vivono oltre mezzo milione di persone.

Cosa sono i Campi Flegrei

Per centinaia di anni i Campi Flegrei sono stati la meta prediletta per la villeggiatura dei patrizi romani, nelle lussuose ville di Baia e di Lucrino, poi sprofondate in fondo al mare. Oggi sono rovine, meta dei diver che pinneggiano tra ciò che resta di statue, mosaici e maestosi portali. Una vita sommersa da secoli di lento ma costante movimento del suolo: quella dei Campi Flegrei è una delle aree geologicamente più instabili e pericolose al mondo, tanto che Virgilio, nella sua Eneide, vi collocava la porta degli inferi. Nel 1538 l’ultima eruzione, quella del Monte Nuovo, quasi non produsse vittime. La vita quotidiana degli abitanti della caldera era messa alla prova da mesi di terremoti. Eppure quello fu solo un assaggio della potenza dei “campi ardenti”. Pozzuoli, quasi totalmente spopolata, fu caparbiamente ricostruita e riabitata grazie alla determinazione del viceré Don Pedro de Toledo, che non voleva accettarne l’abbandono. La memoria storica di quell’evento è svanita col procedere dell’ordinario.

I prodotti delle eruzioni millenarie hanno ricoperto di ceneri l’intera regione, con effetti climatici che hanno sconvolto il pianeta. Le manifestazioni superficiali sono un assaggio della potenza del Supervulcano: geyser, fumarole, fanghi ribollenti. Il bradisismo, quello che gli esperti chiamano “il respiro del vulcano”, ha terrorizzato i residenti, con i frequenti terremoti, costringendo, negli anni ‘70 e ‘80, allo sfollamento fa di intere aree della città di Pozzuoli. Solo nella seconda delle due crisi il suolo si sollevò di quasi due metri. Il progetto di “diradamento funzionale”, che aveva l’ambizione di spopolare gradualmente le aree a rischio, è rimasto disatteso. L’immobilismo politico e le successive speculazioni hanno, infatti, restituito all’area flegrea nuovi residenti e nuovo cemento. Le urbanizzazioni storiche e quelle di emergenza sorgono tra le decine di edifici vulcanici, ben visibili dalle fotografie satellitari.

Fanghi ribollenti nella zona Pisciarelli - foto di Claudio Morelli
Fanghi ribollenti nella zona Pisciarelli - foto di Claudio Morelli

Le periferie a rischio

Rione Toiano e Monterusciello, i quartieri sorti in quegli anni per ospitare gli sfollati, oggi sono in zona rossa e hanno le stesse sembianze e le stesse problematiche di altre periferie italiane. Persino alcune strade costruite per ampliare la rete di vie di fuga sono diventate il pretesto per alcuni di erigere nuove villette abusive. E nonostante la lotta al cemento selvaggio sia (in alcuni casi) tra le agende delle amministrazioni, se per tirare su una palazzina furono necessari pochi mesi, per abbatterla ci vogliono decenni. Le scosse continuano, meno intense di quelle di trentacinque anni fa, ma quasi quotidiane, tanto da essere seguite da un tam tam social sui gruppi Facebook dei residenti e talvolta così superficiali da costringere i sindaci dell’area a rassicurare la popolazione.

Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida sono oggi agglomerati urbani che risiedono tra i crateri, in un paesaggio mozzafiato. In questo ginepraio di quartieri, le vite degli abitanti vanno avanti tra paura, inconsapevolezza e fatalismo. Nel frattempo il supervulcano prepara quella che, presto o tardi, sarà la sua prossima eruzione, alla quale bisognerà farsi trovare preparati. Oggi il disastro non sembra imminente, eppure negli ultimi anni l’attività vulcanica è gradualmente aumentata. Su di essa vigilano gli scienziati dell’Osservatorio Vesuviano (INGV), i custodi della caldera. Il lavoro degli esperti è attenzione meticolosa, trascritta settimanalmente in accurati bollettini. Dalla loro lettura si stabilisce il livello del pericolo, la Protezione Civile lo ha innalzato da verde a giallo nel 2012. Nel frattempo si pensa al peggio: come evacuare centinaia di migliaia di persone nel caso di una catastrofe in vista.

Una donna tra i fumi vulcanici nella zona Pisciarelli - foto di Claudio Morelli
Una donna tra i fumi vulcanici nella zona Pisciarelli - foto di Claudio Morelli

Milioni di persone vivono tra 'zona rossa' e 'zona gialla'

La “zona rossa” è estesissima e invade la città di Napoli fino ai quartieri collinari e rappresenta l’area che rischierebbe di essere colpita dalle colate piroclastiche. Nubi di materiale eruttivo che raggiungono temperature di 400 gradi e corrono alla velocità di 80 chilometri orari. Come quelle che distrussero le antiche città di Pompei e Ercolano, come ha testimoniato il reportage di Plinio il Giovane, scritto dal vivo attraverso la corrispondenza con il suo amico scrittore Tacito. Quelle lettere furono una testimonianza preziosissima, anche per il mondo scientifico. Plinio era con il suo omonimo zio (il Vecchio) ammiraglio della flotta romana di stanza nel porto di Miseno, cuore della caldera dei Campi Flegrei. Era il 24 di agosto. Dal paesaggio che si scorgeva verso est si alzava una nube a tratti bianca, a tratti scura. S’innalzava per chilometri e si allargava in cima, come un tronco d’albero. Assomigliava a un imponente pino marittimo, che affondava le radici nel monte Vesuvio. Sembrava la fine del mondo. La Terra stava invece dando prova di roboante vitalità. In quell’estate del 79 d.C, la natura generò l’eruzione più famosa della storia. La più studiata, la più raccontata, la più sceneggiata, la più temuta. Tra tutte quelle del passato e tutte quelle che sarebbero arrivate dopo.

Uno scenario, quello dell’eruzione “pliniana” che resta fuori dalle ipotesi che hanno dato vita, negli anni alla stesura dei piani di emergenza, redatti in base all’ipotesi di un’eruzione VEI 4, di un grado inferiore a quella del Vesuvio del ‘79. La gestione dell’emergenza è frutto di un delicato meccanismo in cui ogni singolo ingranaggio deve funzionare e dove tutti i territori devono fare la loro parte. Lo sa bene Cinzia Craus, l’architetto incaricato dai comuni di Bacoli, Pozzuoli e Monte di Procida per la redazione dei piani di evacuazione. La sua vita è una corsa tra carte topografiche, numeri ed elaborazioni al Gis (Geographic Information System software). A ottobre del 2019 i cittadini hanno messo in scena le prove generali. Una grande esercitazione volontaria che ha riprodotto, in piccola scala, le operazioni che si dovrebbero mettere in campo in caso di evento. I comuni seguiti dalla Craus hanno redatto i piani, ma non tutte le amministrazioni locali sono allo stesso punto: «Più il meccanismo funziona a livello microscopico, minore sarà la fatica che dovranno fare le autorità centrali per spostare centinaia di migliaia di esseri umani». Milioni, se si considera anche la “zona gialla” che sarebbe coinvolta dagli effetti collaterali dell’eruzione, come l’accumulo di ceneri tanto pesanti da mettere a rischio la stabilità degli edifici. A questo si aggiungono le difficoltà previsionali: interpretare i segnali premonitori è un compito delicato e la condizione del vulcano può evolvere in tempi molto rapidi.

Veduta aerea di Bacoli - foto di Claudio Morelli
Veduta aerea di Bacoli - foto di Claudio Morelli

Il supervulcano è un luogo vivo

Il supervulcano è un luogo vivo e vi si pratica ogni genere di attività. Vi si fa villeggiatura; l’Accademia dell’Aeronautica Militare sorge imponente sui colli tufacei; migliaia di studenti frequentano le facoltà flegree; la vita notturna a Pozzuoli è fervente e lo stadio San Paolo ospita partite di Serie A e gare internazionali. All’ippodromo i gran premi si susseguono tra le urla di eccitazione degli scommettitori, fino al tramonto: le corsie della pista svelano, sullo sfondo, i bordi dei crateri, primo tra tutti quello dell’eruzione della piana di Agnano di 4mila anni fa. La conca è un andirivieni di auto che si incolonnano dall’uscita della Tangenziale verso le concessionarie di Via Scarfoglio, o sfrecciano al di là del Monte Spina verso la piana di Bagnoli, un tempo cuore dell’industria pesante flegrea.

La relazione tra rischio e territorio è un lavoro di educazione che fa spesso riferimento a maestri, professori e genitori attenti che insegnano la convivenza della natura direttamente ai più piccoli, mostrando loro le carte geografiche del territorio o proponendo giocosi esperimenti. Sono sbarrati gli ingressi della Solfatara di Pozzuoli, senz’altro il più conosciuto vulcano dei Campi Flegrei. Una grande conca nel cuore della città, ricca di fumarole e vulcanetti di fango. La visita della Solfatara ha radici antiche in quanto costituiva una delle tappe obbligate del “Grand Tour”, viaggio istruttivo e di svago che gli aristocratici europei compivano soprattutto in Italia e Francia già nel XVIII secolo. Era il 12 settembre 2017 quando Massimiliano Carrer e sua moglie Tiziana Zaramella morirono assieme al figlio Lorenzo di 11 anni, precipitato poco prima in una voragine formatasi dopo le piogge intense dei giorni precedenti e profonda poco più di due metri, nel tentativo di salvarlo. La concentrazione di monossido di carbonio era troppo alta. In superficie Alessio, fratellino di Lorenzo, 7 anni, fu il primo a chiedere aiuto, ma non ci fu nulla da fare. Alla tragedia seguirono un’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lucantonio e una serie di perizie tecniche. L’intera area della Solfatara fu posta sotto sequestro e da allora, dopo processo di primo grado, una condanna e la confisca dell’area nessuno, tranne gli scienziati dell’Osservatorio Vesuviano, tecnici e inquirenti è potuto più entrare. La visita alla Solfatara aveva rappresentato un momento di connessione consapevole tra i cittadini e la natura, rendeva il vulcano reale, tangibile nella sua fatale pericolosità, in un territorio in cui è facile confondere il bordo di un cratere per una collina qualsiasi.

Il vulcano Solfatara - foto di Claudio Morelli
Il vulcano Solfatara - foto di Claudio Morelli

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