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Gli attivisti del clima sono in via estinzione

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La sera del 24 ottobre 2018, Julián Carrillo è stato ritrovato esanime tra le montagne dello Stato del Chihuahua, stroncato dai colpi di pistola di sicari non identificati. Con ogni probabilità, ben prima che i proiettili trafiggessero il suo corpo, Julián era ben conscio di essere in pericolo: la sua era una tragedia annunciataQuello di Julián, infatti, è stato l'ultimo di una lunga serie di omicidi che, in due anni, hanno decimato la sua famiglia: il 5 febbraio del 2016, suo figlio Víctor Carrillo è stato ammazzato; stessa sorte per due suoi nipoti, Antonio Alberto Quiñones e Guadalupe Carrillo Polanco, uccisi rispettivamente il 31 marzo e il 30 luglio del 2017; il 1 ° luglio del 2018 è stato il turno del genero, Francisco Chaparro Carrillo.

La famiglia Carrillo era colpevole di attivismo ambientale

Se vi state domandando che cosa abbia fatto Julián per meritarsi una sorte del genere, è presto detto; si è macchiato di uno dei crimini peggiori che si possano compiere in Messico: era un attivista ambientale. Lottava per i diritti del popolo indigeno Rarámuri a Coloradas de la Virgen, una comunità rurale della sierra Tarahumara. Dal 2007, aveva dato avvio a diverse campagne di protesta per proteggere dal disboscamento le foreste della Sierra Madre settentrionale. Quello di Julián è tutt’altro che un caso isolato, come dimostra Paulo PaulinoPotremmo chiederlo a Kavous Seyed Emami, accademico e ambientalista iraniano, da anni impegnato nella protezione delle specie in via di estinzione nel proprio Paese; il condizionale è d’obbligo perché, purtroppo, non riceveremo mai una risposta: secondo la versione ufficiale, Kavous «si è suicidato, usando la sua camicia come corda» mentre stava scontando la sua pena presso il carcere di Evin, a nord di Teheran, con l’accusa di spionaggio.

In un anno sono stati uccisi 164 attivisti

Neppure Esmond Bradley Martin può risponderci: lo scorso 26 febbraio, appena diciotto giorni dopo il “suicidio” di Kavous, è stato pugnalato nelle proprie mura domestiche, a Nairobi. Da più di trent’anni, denunciava il bracconaggio, indagando le piste dei contrabbandieri d’avorio. Julián, Kavous ed Esmond fanno parte dei 164 attivisti che, nel solo 2018, hanno perso la vita per difendere la propria terra. Il titolo scelto per il dossier del 2018 è particolarmente emblematico (Enemies of the State?), ed evidenzia una tendenza drammatica che, col tempo, non accenna a diminuire: lo scorso anno, mediamente, tre persone ogni settimana hanno perso la vita per aver difeso il loro territorio da progetti minerari, forestali o agroindustriali.

L'omicidio è la massima forma di censura

 della triste classifica degli Stati mattatori di land defenders, seguite dalla Colombia (24), dall’India (23), dal Brasile (20), dal Guatemala (16) e dal Messico (14). Un numero imprecisato di altri attivisti è stato invece messo a tacere attraverso minacce, cause legali e arresti. Nel 2017, secondo uno studio condotto dall’Università del Queensland, in Australia, per conto di Global Witness, almeno 1558 persone sono morte fra il 2002 e il 2017 mentre agivano come "difensori dell'ambiente". A livello multilaterale, un passo in avanti importante per porre rimedio alla situazione è stato compiuto nel marzo del 2018, quando i funzionari di 24 Stati dell’America Latina e dei Caraibi hanno firmato un patto sui diritti ambientali legalmente vincolante, formalmente chiamato Lac P10. L’accordo, firmato in Costa Rica, incorpora diverse misure volte a proteggere i land defenders, obbligando gli stati firmatari a «garantire un ambiente sicuro e favorevole per le persone, i gruppi e le organizzazioni che promuovono e difendono i diritti umani in materia ambientale». Affinché l’accordo entri in vigore, saranno necessarie almeno 11 ratifiche entro il 27 settembre 2020. Nel frattempo, non possiamo più tollerare una violazione così macroscopica dei diritti umani: lo dobbiamo a Julián, Kavous, Esmond e a tutti gli attivisti che, anno dopo anno, perdono la vita in un silenzio istituzionale assordante.

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