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Perché Antonio Gramsci odiava le feste comandate

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Un altro anno è da poco arrivato e con esso una rinnovata serie di ricorrenze a scadenza fissa, come le chiamava Antonio Gramsci. Non si tratta di una semplice questione di tempo: date e ricorrenze scandiscono il ritmo delle nostre giornate generando aspettative e condizionando le nostre relazioni. Prima novembre caratterizzato da Halloween, dicembre e gennaio da Natale e Capodanno e infine febbraio da San Valentino. Ogni ricorrenza ha i suoi rituali e luoghi di celebrazione, divenute ormai parte della nostra cultura e fossilizzate nel tempo.

Gramsci e le ricorrenze

È proprio in occasione di una ricorrenza a scadenza fissa come quella del capodanno che Antonio Gramsci, uno di quei grandi intellettuali italiani sempre più apprezzati all’estero che in Italia, esprime la sua critica e insofferenza nei confronti di quella ripetizione socio-culturale di matrice capitalista che scandisce ritmi e tempi alla vita umana. Manifesto di questo suo approccio al tema è la sua riflessione pubblicata il 1 gennaio del 1916 sull'edizione torinese di “Avanti!”. «Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno[…] Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore». Entrato nella redazione del quotidiano socialista nel 1915, nei suoi primi scritti Gramsci orienta la propria penna verso tutti gli aspetti della vita collettiva, volgendo lo sguardo anche agli uomini e le donne lontani dal fronte e la società tutta. Gramsci, conscio di come la cronologia sia «l’ossatura della storia», individua come ricorrenze quelle poche date fondamentali che hanno giocato «brutti tiri» alla storia.

La vita standardizzata

«Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito […]si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date. […] Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse». La commedia del torinese Vittorio Bersezio con il suo titolo Le miserie 'd Monsù Travet, viene in aiuto a Gramsci proprio come metafora del reale. Travet, impiegato pubblico ministeriale, svolge in modo devoto il suo lavoro in attesa di una promozione che tarda ad arrivare. Da qui il neologismo di Gramsci travettismo spirituale: partendo dalla consapevolezze di essere un individuo che vive in un determinato contesto storico e sociale, Gramsci critica le ricorrenze forzate (come Natale e Capodanno), accettate in modo passivo solo perché «hanno celebrato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del festeggiare.»

La liberazione dai segnatempo

Per Gramsci il socialismo ha una dirompenza non solo politica, ma anche sociale e culturale, volta a superare i vecchi dettami con una nuova concezione della storia e della consapevolezza individuale. Questa volta si tratta sul serio di un nuovo inizio, dove qualora si sentisse il bisogno di fissare delle nuove date a scadenza, sarà perché l’avranno deciso gli uomini e le donne coscienti (non un'azienda di cioccolatini). Così Gramsci, in polemica con i cosiddetti segnatempo convenzionali si riconferma ancora una volta attuale. Le sue parole scritte ormai più di un secolo fa ritornano come monito e insegnamento. L’essere umano è sempre più imbrigliato in date pre-impostate che scandiscono la sua vita e che fanno del tempo dell’individuo un'azienda commerciale che lo lega e lo spinge a una rassegnata accettazione passiva.

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