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Amnesty teme che useremo la pandemia per non affrontare il climate change

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Poco prima che la pandemia si diffondesse in tutto il mondo Ipsos MORI aveva realizzato un sondaggio su 10.000 giovani tra i 18 e i 25 anni in 22 paesi: era stato chiesto agli intervistati di scegliere i 5 problemi peggiori che sta affrontando il mondo e il 41% delle risposte aveva indicato la crisi climatica, seguita dall’inquinamento al 36%. Da allora molte cose sono cambiate e il timore di Amnesty International è che la pandemia abbia cambiato le priorità della politica mondiale.

Una scusa per non affrontare la crisi climatica

Il giurista internazionale a capo del programma Policy di Amnesty International, Ashfaq Khalfan, ha messo nero su bianco le sue preoccupazioni: «il 2020 doveva essere l’anno dell’azione per il clima, invece è tragicamente diventato l’anno del Covid-19. L’impatto della pandemia non può essere sottovalutato e ci vorrà tempo per la ripresa. Tuttavia, la politica non può prendersi in cambio la possibilità di ignorare la crisi climatica. Le attività per la ripresa della pandemia hanno fatto sì che si mettessero da parte gli obiettivi di riduzione delle emissioni in uno sconcertante atto di miopia politica, considerato che il surriscaldamento globale scatena disastri, malattie e altri effetti di proporzioni immense». L’alibi economico è stato, in effetti, cavalcato da alcune delle nazioni più inquinanti al mondo. Usa e Russia, seguiti dai più verdi Canada e Regno Unito, hanno finanziato misure di ripresa per aziende di combustibili fossili, l’aviazione e altre aziende inquinanti, senza richiedere alcuna riduzione delle emissioni. Solo quattro paesi ricchi e industrializzati hanno presentato un piano aggiornato sulla riduzione delle emissioni, mentre USA e Australia hanno già annunciato che non ne svilupperanno. L’UE ha inserito una serie di politiche verdi nel Recovery Fund, ma, come hanno scritto in una lettera aperta Greta Thunberg e altre 80.000 persone (tra cui molti scienziati del clima), l’accordo è al ribasso per quanto riguarda la decarbonizzazione. Russia e India tacciono sui loro obiettivi mentre una buona notizia arriva dalla Cina, responsabile da sola del 28% delle emissioni gas serra nel mondo. Due giorni fa, all’Assemblea Generale dell’ONU, il presidente Xi Jinping ha annunciato, come obiettivo della nazione più popolosa al mondo, le zero emissioni per il 2030.

Crisi climatica ed economica possono essere affrontate assieme?

L’analisi uscita poco dopo l’annuncio di Xi Jinping, realizzata per Carbon Brief da Hector Pollitt, econometrista di Cambridge, mostra come la neutralità carbonica della Cina non solo aiuterà l’ambiente ma innalzerà anche il PIL della nazione. Sul breve periodo lo incrementerà del 5% grazie al piano di investimenti ideato dalla Cina, per poi attestarsi attorno al 2% a metà del secolo. Certo alcuni settori soffriranno, come quello del carbone, ma in generale l’intero impianto cinese produrrà, secondo il modello macroeconomico di Cambridge, più di oggi e in maniera più pulita e tecnologicamente avanzata. Come ha sottolineato Ashfaq Khalfan, questo tipo di volontà politica è la chiave per superare la crisi climatica, come ha dimostrato proprio il coronavirus: «La pandemia ci ha mostrato che molti governi sono capaci proprio dell’azione risoluta e rapida di cui abbiamo bisogno per affrontare il cambiamento climatico. Le persone hanno sostenuto delle sensate misure di protezione introdotte dai governi per proteggere le loro comunità, anche quando tali misure hanno comportato dei cambiamenti drastici nella vita quotidiana. Se i governi sono in grado di versare miliardi per piani di congedo e imprese in difficoltà, allora dovrebbero essere in grado di prendere delle decisioni ovvie per eliminare gradualmente i combustibili fossili. I leader devono evitare una visione ristretta indotta dalla pandemia e impegnarsi per il benessere a lungo termine delle persone».

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