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«Allah ti ama anche se sei gay». Storie di omosessualità e Islam

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C’è un movimento giovane e vivo, che rivendica il diritto a esprimere il proprio orientamento sessuale in nome dell’Islam. Perché se Allah non sbaglia, nessuno allora può essere sbagliato. «Allah ti ama, anche se sei gay, lesbica o trans», spiega Wajahat Abbas Kazmi, 35 anni e occhi scuri come i muri di Lahore. Gay e musulmano, regista e attivista lgbtq+ italo-pachistano, nel 2016 ha lanciato la campagna Allah Loves Equality, durante il gay pride milanese. Sul web c’è una che foto lo ritrae addirittura mentre bacia un altro attivista marocchino. In quell’occasione, su Kazmi erano piovute decine di minacce di morte. Ma non si è scoraggiato e dalla campagna, nel 2019, è nato un lungometraggio che racconta il rapporto fra Islam e omosessualità. Un Islam lontano dalla spocchia degli ulama, dalle fatwa dei fanatici e dalle moschee radicali. Sulla pagina Allah Loves Equality sono in tanti a scrivere a Kazmi. «È molto conosciuta tra i musulmani gay, sia nel nostro Paese che all’estero. Sono soprattutto i ragazzi di seconda generazione che mi chiedono consiglio dopo il coming out». Nato in una famiglia sciita e diretto discendente del Profeta Maometto, Kazmi ha ricevuto un’educazione molto religiosa. «Nessuno si sarebbe mai aspettato da me che fossi gay». A diciotto anni ha ceduto alle pressioni dei familiari e si è fidanzato con una sua cugina. «Ma poi ho telefonato ai miei in Pakistan per dirgli che non avrei mai sposato una donna. Con loro non ho parlato per un paio d’anni. Poi, alla fine, ci siamo capiti».

Il rapporto con l'Islam

«Essendo credente, non mi sento in colpa per il mio essere gay. È la mia natura, non mi sono mai chiesto se sarei finito all’inferno», spiega Kazmi. «Dio non può essere così crudele». E quindi dice di vivere la religione nel suo “modo”. «C’era qualcosa dentro di me già da piccolo che mi diceva che ero nel giusto. Non sono praticante, non prego cinque volte al giorno, non vado in moschea, ma so che Dio è dentro di me. C’è chi vive con la paura la religione e chi con amore. Io ho scelto di viverla con amore, basandomi sulla vita del Profeta. So di non fare niente di male, ma al tempo stesso non so ricercando il consenso di Dio: non ho qualcosa da sacrificare, non potrei mai abbandonare la mia omosessualità». Un rapporto privato con la fede e con Dio, che spezza tabù e pregiudizi.

Il Corano, il mondo LGBT e la pena di morte

La pena capitale per i rapporti tra persone dello stesso sesso è prevista in sei Paesi musulmani, che fanno però parte delle Nazioni Unite: Iran, Arabia Saudita, Yemen, Nigeria, Sudan e Somalia. In altri Stati, come Mauritania, Emirati Arabi, Qatar, Afghanistan e Pakistan è teoricamente possibile ma ad oggi non viene applicata. Leggi spesso però di derivazione coloniale, come ha spiegato al Corriere Serena Tolino, esperta di studi di genere, sessualità e diritto islamico. In Egitto, ad esempio, gli omosessuali vengono di solito accusati per aver praticato «abitualmente prostituzione maschile» sulla base non del diritto islamico ma di una legge del 1961 del codice penale egiziano, di derivazione francese. Ma cosa dice il Corano? Secondo lo studioso Ibn al-Hazm, l’amore fra due uomini o due donne è possibile. Nel Corano e negli ahadith, i racconti sulla vita del Profeta, non esisterebbe dunque un’esplicita condanna dei rapporti omoerotici. Nell’immaginario religioso popolare marocchino, addirittura, Ali Ben Hamdouch e Ali Dghoughi sono due santi omosessuali e le celebrazioni che si tengono ogni anno in loro onore sono un’occasione di incontro per le persone lgbt. Secondo il sociologo marocchino Abdessamad Dialmy, in tempi di globalizzazione dei diritti grazie a Internet, esisterebbe, quindi, la possibilità di una conciliazione fra Islam e mondo arcobaleno. A patto di accettare che fra essere credenti e omosessuali non esiste contraddizione.

Il discorso contro le zone anti-LGBT in Polonia di Terry Reintke
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