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Alberto Sordi, un borghese piccolo piccolo

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Alberto Sordi e Gian Maria Volonté sono i due volti di un cinema, quello italiano del Novecento, capace di rappresentare puntualmente il Belpaese. Volonté è stato il grande interprete drammatico e impegnato di un’Italia ferita dalle proprie ingiustizie. Sordi è stato il sorriso amaro di quello stesso paese, al confine tra comico e autoironico. L'attore, d’altronde, aveva tredici anni più di Volonté, era nato in un’altra epoca e veniva da un mondo, quello dell’avanspettacolo, che faceva della risata la chiave del proprio successo. Eppure, l’attore romano, non ci ha donato solo interpretazioni comiche come Un americano a Roma e Il marchese del Grillo, ma ha anche dipinto un quadro tragicamente realistico dell’italiano medio e post-fascista in Un borghese piccolo piccolo, che oggi rappresenta la sua eredità più profonda e disturbante.

Quella borghesia innocua e feroce

Un borghese piccolo piccolo è molte cose: capolavoro del dramma, punto di svolta del cinema italiano e momento cruciale nella carriera di Sordi. Ma, prima di tutto, è la storia di un padre, di una madre e del loro figlio, tanto mediocre quanto perno e compimento della loro vita borghese. La storia si muove inizialmente nella zona grigia della società, la famiglia Vivaldi è un tipico prodotto della borghesia italiana: il padre, Giovanni, lavora nella pubblica amministrazione e cerca di trovare un posto fisso al figlio, diplomato ragioniere, svendendo la propria integrità nella ricerca disperata di favori. Tutta la delicata e illusoria impalcatura che Giovanni Vivaldi crea attorno al figlio, per sistemarlo e poter «morire in pace, con la coscienza a posto», viene travolta dal caso: una pallottola vagante, sparata da un rapinatore, strappa a Giovanni il figlio Mario, precipitandolo nel dramma più assoluto. Ed è qui, in questo mutare del racconto, che Un borghese piccolo piccolo svela il suo vero volto, quello della lucida e crudele discesa dell’uomo nell’animale. La stessa scala di valori che aveva spinto Giovanni a compromettere la propria onestà per il figlio, si trasforma in una maschera che nasconde rabbia, violenza e vendetta. Il borghese trova il rapinatore che ha ucciso suo figlio, lo stordisce e sequestra per poi lasciarlo morire, agonizzante, davanti ai suoi occhi. Perde la moglie, ormai coscienza muta nella sua vita, e va in pensione, ma l’ombra della rabbia, quella stessa che nei '70 cresce in tutta la società italiana, lo porterà a nuova violenza, nuova vendetta. Giovanni Vivaldi è un borghese piccolo piccolo e, per questo, feroce e pericoloso.

La resa di Monicelli e la fine della commedia

Il film di Monicelli segna una “resa invincibile”, per parafrasare Andrea Pazienza, altro autore capace di rappresentare i '70-'80 con cruda onestà. Il regista capisce che l’italiano non può più essere il soggetto della commedia, perché la nuova Italia, emersa dal boom economico e travolta dalla crisi energetica del 1973, non ha caratteri positivi che meritino il sorriso dell’autore e del pubblico. L’abilità di Monicelli nel cogliere gli umori più oscuri dell’Italia dell’epoca fu profetica nel caso de Un borghese piccolo piccolo, che segnò, davvero, la conclusione della parabola della commedia all’italiana, accompagnata alla sua fine proprio dal suo più grande interprete: Alberto Sordi.

La grandezza di Alberto Sordi

Il talento di Sordi fu riassunto efficacemente proprio da Monicelli quando ricordò: «È stato l’attore più grande ma soprattutto è stato uno straordinario autore, l’artefice del suo personaggio con cui ha attraversato più di 50 anni di storia italiana. È stato un comico capace di contraddire tutte le regole del comico». Questa descrizione risalta ancora di più la grandezza dell’attore-autore se si ripensa alla prova drammatica de Un borghese piccolo piccolo, dove il personaggio-Sordi lascia il passo a Giovanni Vivaldi, che del primo avrà giusto le fattezze e una peculiare ironia. Si apre un abisso tra la geniale interpretazione de Il marchese del Grillo, dove il conflitto interno al personaggio (nobile ma carbonaro, alfiere del popolo ma «io sono io e voi non siete un cazzo») si consuma nel sorriso e in una comicità così classica da toccare il cliché della sostituzione di persona, caro già al teatro greco-romano, e quello de Un borghese piccolo piccolo dove lo stesso conflitto scivola nella violenza più implacabile e si traveste da giusta vendetta. Il talento di Alberto Sordi è riuscito a legare le due sponde di quell’abisso, le due facce di quell’Italia, un paese spezzato tra il sorriso sornione della commedia del passato e il dramma rabbioso di un presente fatto di promesse mancate e speranze deluse.

105 anni dalla nascita di Mario Monicelli

5 film di Alberto Sordi da vedere


  • La grande guerra, di Mario Monicelli
  • I vitelloni, di Federico Fellini
  • Detenuto in attesa di giudizio, di Nanni Loy
  • Un americano a Roma, di Steno
  • Il marchese del Grillo, di Mario Monicelli
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