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Dodici anni di carcere per l'aborto in Italia?

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Nel 1971 Judith Jarvis Thomson scriveva: «Dobbiamo tenere presente che la madre e il bambino non-nato non sono come due inquilini in una casa piccola che, per uno sfortunato errore, è stata affittata a entrambi; è la madre a essere proprietaria della casa». Così la filosofa statunitense nel discusso testo in cui si parla dei confini tra il diritto alla vita e il diritto a fare uso del corpo di un’altra persona. La riflessione procede attraverso una serie di esperimenti mentali, che sono poi alla base di qualsiasi questione bioetica. Il più celebre vede il lettore vestire i panni di una persona rapita durante la notte che si ritrova al risveglio a condividere il proprio sistema circolatorio con un violinista malato: staccarsi vorrebbe dire ucciderlo, ma per farlo sopravvivere occorre stare collegati per 9 mesi o magari per il resto dei giorni, che fare? La Thomson conclude che sarebbe gentile permettere al violinista di sopravvivere, ma non sarebbe un obbligo morale dato che il diritto del feto alla vita non può prevaricare il diritto della madre a disporre del proprio corpo.

In Italia due terzi dei ginecologi si rifiuta di praticare aborti

Si tratta in fondo di qualcosa di simile allo ius utendi et abutendi, cioè al diritto di usare e consumare a piacimento ciò che è di nostra proprietà; e cosa c’è di più nostro che il nostro corpo? Questo principio dovrebbe valere anche sulla discussione pubblica in merito, dove invece si vede una paradossale contrapposizione tra pro-life e pro-choice: la discussione è sul rapporto tra sovranità statale e diritti individuali. Come sappiamo, dalla bioetica è un attimo passare alla biopolitica.

La differenza salariale tra uomini e donne in Italia

Mentre l’associazione Luca Coscioni propone, in Lombardia, un legge Aborto al sicuro, per far fronte a un'obiezione di coscienza dilagante e ai molti ostacoli sull’uso della pillola RU486, un altro progetto di legge, nazionale, è stato depositato nell’ottobre del 2018 con primo firmatario Alberto Stefani della Lega. In questo si propone di riconoscere la soggettività giuridica e la possibile adozione del concepito prima della nascita.

La legge 194 ha ridotto del 74% il numero di aborti, ma i suoi oppositori la considerano un genocidio di stato

Un testo delirante: si parla in tono vetero-allarmistico di crisi demografica che «non ci sarebbe se non mancassero all’appello 6 milioni di bambini» (cifra degli aborti dal 1978) e si dichiara di voler agire per la «prevenzione dell’aborto». Non solo, si definisce «leggero calo negli anni» una riduzione del numero degli aborti del 74,7% rispetto al 1982, si parla impunemente di «uccisioni nascoste prodotte dalle pillole abortive» e, in generale, si dimostra una scarsa aderenza alla realtà quando si predispongono i tempi burocratici. Da aggiungere poi che la procedura di adozione è già possibile (dopo la nascita) nel quadro legislativo che regola il parto in anonimo.

In tutto il mondo forze revansciste mettono in dubbio i diritti faticosamente conquistati, tra i quali l

In tutto il mondo forze revansciste mettono in dubbio i diritti faticosamente conquistati, tra i quali l'aborto

Corrono tutti, sembrano sapere cosa fare. Mi chiedo come da questo caos possa nascere un ordine, se qualcuno ha fatto dei calcoli. Mi sembra tutto improvvisato, eppure funziona, si vede che funziona. Ci sono da spostare quelle casse piene di cavi (peso una quarantina di chili). Ci vuol poco a capire che saranno soldi sudati. Ammesso di vederli, dato che non ci sono contratti, e la paga è alla fine. Ottanta euro per una ventina di ore di lavoro in meno di un giorno e mezzo. A farmeli avere sarà il mio amico.

Sull'aborto sta vincendo la narrazione negativa e patriarcale dei movimenti più conservatori

Il ddl Stefani, intanto, era approdato alle commissioni riunite giustizia e affari sociali il 15 marzo scorso, proprio nei giorni precedenti al Congresso Mondiale della Famiglia svoltosi a Verona tra il 29 e il 31 marzo. Un evento che si è distinto sia per l’irragionevolezza di certe affermazioni (“L’aborto è la prima causa di femminicidio al mondo”, “Patria, dio, famiglia: che meraviglia”, “Aborto genocidio di stato”) che per il cattivo gusto di certi gadget (feti di plastica), ma ha fortunatamente permesso a movimenti sociali progressisti di esercitare una pressione politica e portare al ritiro del ddl Pillon. Ma perché queste regressioni in tema di diritti civili?

Difficile rispondere, ma sicuramente certe mononarrazioni tradizionali (e tradizionaliste) hanno prodotto risacche di un passato che non vuole passare. Lo storytelling dell’aborto come esperienza sempre negativa è retaggio di una società ancora patriarcale che insinua nell’immaginario comune un senso di colpa che la donna dovrebbe sentire quando decide di abortire. Ma è sempre così? L’aborto è sempre un’esperienza traumatica? Naturalmente no, dipende dall’individuo che la vive, madre in potenza o padre in potenza. Su questo fronte, la ginecologa Lisa Canitano insieme all’ostetrico Alessandro Matteucci e alla psicologa Federica Di Martino portano avanti un lavoro di contronarrazione, interessante soprattutto per l’opera di raccolta di testimonianze.

Il Congresso delle Famiglie ha avuto, come risultato, il ritiro del DDl Pillon e il coagularsi dei movimenti progressisti

Peccato per il nome del blog - IVG, ho abortito e sto benissimo – che sorvola la parte della ragione per fare il giro e atterrare di nuovo dalla parte del torto: molto meglio sarebbe stato “IVG, ho abortito e sto come mi pare”, perché imporre una narrazione positiva (seppur solo nel titolo, seppur con intento provocatorio) per decostruirne una negativa, rimane comunque un’operazione di carattere impositivo. L’aborto va rielaborato attraverso la narrazione complessa di un vissuto esistenziale, intimo e sociale, scudo necessario alla difesa delle libertà civili conquistate.

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