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coronavirus

La variante inglese e il sensazionalismo della stampa italiana

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Il coronavirus mutato è arrivato in Italia. Oggi i giornali italiani non parlano d’altro, con la stessa sequenza di sensazionalismo e terrorismo che, da mesi, sbatte le persone da un lato all’altro dello spettro emotivo, invece di aiutarle a orientarsi in questa emergenza. Per cosa? Clic, copie vendute, titoloni che facciano parlare di sé.

Il giornalismo che non ci ha aiutato

“Immunologo choc: vaccino anti-Covid a rischio efficacia” ha titolato ieri Il Tempo, riprendendo un’intervista di Andrea Cossarizza su Repubblica. Peccato però che nell’articolo stesso si scriva: «Cossarizza spiega che, al momento, non è ancora possibile fare previsioni». Nell’intervista originale, dal quale i giornali hanno fatto cherrypicking sensazionalista, l’immunologo specifica qualcosa di più ovvio, cioè che con le mutazioni un rischio minimo sull’efficacia dei vaccini c'è, ma, conclude: «Mi sembra improbabile che una sola mutazione impedisca a tutti gli anticorpi indotti da un vaccino di funzionare». Eppure i titoli come quello de Il Tempo sono apparsi ovunque: “La variante inglese Covid fa paura”, “Il coronavirus e l’incubo variante”, “Il virus muta, l'Europa ha paura”. Frasi e nomignoli (come Super Covid) che scuotono la pancia delle persone ma che, nel testo, riportano dichiarazioni più pacate: «Questa è una versione più contagiosa, non più aggressiva» dice Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione del ministero della Salute. «Non mi fascerei la testa» aggiunge Galli. E così via. Nonostante siano state già osservate 12mila trasformazioni del virus la stampa si è gettata sulla “variante inglese” perché, al netto della contagiosità, con l’arrivo dei vaccini ha potuto trasformarla in una notizia sensazionalistica. Un modo per colpire le persone allo stomaco mentre si risollevano con la speranza di una cura. L’ennesimo spettro di un’informazione sempre più abile a rinfocolare il terrore e meno ad aiutarci durante le difficoltà. Nel momento peggiore della nostra storia recente, uno dei pilastri della vita democratica ha infine compiuto la sua trasformazione in fabbrica di paura e indignazione. Quante dichiarazioni di questo o quel medico/virologo/scienziato sono state decontestualizzate a beneficio di clic, nei mesi passati? Quanta confusione ha generato la continua rincorsa dei nostri giornali alla frase più controversa o al pericolo peggiore, in una popolazione già spaventata e impoverita? Un atteggiamento, quello del giornalismo italiano, che certo non è nato con la pandemia. Pochi giorni fa Claudio e Paola Regeni, in tv, sono stati costretti a dire: «Vi chiediamo di smettere di diffondere dettagli sulle torture subite da nostro figlio durante la prigionia. Chiediamo che il giornalismo sia la nostra scorta mediatica, che faccia luce su tutti gli affari e le relazioni bilaterali esistenti tra Italia ed Egitto». Insomma che torni a essere un giornalismo investigativo, non scandalistico. Ma ormai il sensazionalismo ha vinto sull’indagine, la pancia sulla ragione, persino in quella fucina delle idee nazionali che dovrebbe essere la stampa. Oggi sono la variante del coronavirus e le reazioni allergiche ai vaccini, domani chissà? Il giornalismo italiano non ha imparato niente dalla pandemia, questo è poco ma sicuro.

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