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25 anni fa usciva Trainspotting, il film più generazionale di sempre

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Era il 23 febbraio del 1996 quando, sulle note di Born Slippy degli Underworld, Rent sceglieva la vita al posto dell’eroina in uno dei migliori e più ironici finali della storia del cinema. Trainspotting esplose nelle sale cinematografiche come un vero e proprio fenomeno di costume, consacrando definitivamente le stelle di Danny Boyle ed Ewan McGregor.

25 anni di Trainspotting

«Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni…chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?». Trainspotting si apre e si chiude con un iconico monologo del protagonista che racconta, con tono tagliente, tutta l’evoluzione del sopravvissuto Rent. Tratto dal romanzo omonimo di Irvine Welsh, il film segue le vite di un gruppo di tossicodipendenti nella Edimburgo degli Anni Novanta. Mark "Rent Boy" (Ewan McGregor), Begbie (Robert Carlyle), Sick Boy (Jonathan Lee Miller), Spud (Ewen Bremner) e Tommy (Kevin McKidd). Vite che orbitano tutte, più o meno, attorno all’eroina, lungo traiettorie che decadono progressivamente fino al collasso finale: l'overdose di Mark; la morte della piccola Dawn; l'Aids di Tommy e la detenzione di Spud. Mark, attraverso il cui punto di vista viviamo la vicenda, riesce a sopravvivere e a iniziare una nuova vita tradendo i suoi amici e fuggendo col bottino. Morale? Nessuna. La grandezza di Trainspotting sta proprio in questo sguardo cinico e non giudicante: il mondo del gruppo di drogati di Edimburgo non è lo Zoo di Berlino e il suo collasso è causato dall’egoismo umano di cui l’uso di droga è semplice corollario. Il monologo finale non testimonia la redenzione del protagonista ma l’accettazione della sua natura e l’ennesima illusione sul futuro. «La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa...metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto. Scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora. Diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico. Buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai-da-te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario di ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natali in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai». Questo sguardo sincero sulla tossicodipendenza aveva spinto Danny Boyle a realizzare il film: «Quel libro fu uno shock perché supponeva che anche chi faceva uso di eroina si poteva divertire. Vogliono farti credere che solo gli sciocchi siano tossicodipendenti, ma non è assolutamente così! Piaccia o no, c’è un aspetto delle droghe che ti fa sentire al massimo, ecco perché ci sarà sempre qualcuno che continuerà a farsi». Proprio l’onestà, corredata da interpretazioni magistrali, una regia ispirata e una colonna sonora indimenticabile, ha reso Trainspotting un capolavoro del cinema e, con Pulp Fiction, Il grande Lebowski e Strade Perdute di David Lynch, uno dei film che hanno segnato gli anni Novanta.

Come Trainspotting ha segnato una generazione

Trainspotting è stato, forse, uno dei film più generazionali di sempre. Con i suoi personaggi e la sua musica il film prima raccontò e poi formò i ragazzi degli anni Novanta, cresciuti tra la fine della Guerra Fredda e l’alba della globalizzazione. Stretti nel vuoto ideologico che i ruggenti anni Ottanta avevano lasciato dietro di loro, i membri della generazione X si sentivano vicini a quella banda disillusa e nichilista, aggrappata come un parassita alla periferia di Edimburgo. L’estetica di Boyle, il suo cinema “di corsa”, riuscì a incarnare una delle anime di quel decennio ribollente e ricco di sfaccettature. Quella trasandata, cinica e selvaggiamente ironica che avrebbe dissacrato i valori ingessati sopravvissuti fino agli anni Ottanta prima che l’onda lunga della globalizzazione ne travolgesse le macerie ormai inerti. Il film sprofondò nel subconscio collettivo come Rent durante la sua immersione nel “peggior bagno della Scozia” e si radicò nella cultura popolare. Le scene iconiche del film sono innumerevoli: la crisi d’astinenza e la fuga di Renton, prove d’attore magistrali del giovane Ewan McGregor, Sick Boy che spara piombini sui cani del parco, la sfuriata nella campagna scozzese, la rissa di Begbie. Ma è soprattutto il vuoto esistenziale in cui nuotano i protagonisti, come pesci rossi in una bolla di vetro, che conquistò la generazione X. Un vuoto fatto di abuso di droghe, deboli tentativi di disintossicazione, violenza senza scopo, sesso occasionale e rapporti familiari distrutti che sembrarono così vicini a milioni di giovani in tutto il mondo. Quel vuoto in cui riconoscersi e perdersi fu ciò che trasformò Trainspotting da film del decennio a film di un’intera generazione.

Consumo consapevole: l'eroina
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