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Il principe cerca figlio, l'operazione nostalgia che rovina un cult

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Il principe cerca figlio, l’atteso sequel de Il principe cerca moglie firmato Amazon Prime Video riesce nell’unico obiettivo di essere – come l'originale - frutto dei suoi tempi. Tra autocensura e mancanza di idee il film appare come una rievocazione fuori tempo massimo di un cult del passato: un lungo videoclip costellato di coreografie e costumi pacchiani che nemmeno le risate di Eddie Murphy e il cameo di Morgan Freeman riescono a salvare. Se credevate che fosse una pellicola ruffiana e trascurabile, non avete idea di quanto in basso sia caduta Zamunda.

L’eredità di John Landis e de Il principe cerca moglie

Parliamoci chiaro, Il principe cerca figlio è sicuramente un film malriuscito. Dalla sceneggiatura (rimangono Barry W. Blaustein e David Sheffield già sceneggiatori de Il principe cerca moglie) al repertorio comico, tutto gioca sul filone d’oro della nostalgia a cui la contemporaneità ci ha ampiamente abituato, ma lo fa male. D’altronde alla regia non c’è più John Landis regista capace di narrare al meglio lo spirito dei tempi, ma Craig Brewer (già autore del remake di Footloose e già regista di Eddie Murphy in Dolemite Is My Name). Il principe cerca moglie era una commedia geniale, estremamente generazionale, caratterizzata dall’impronta di John Landis tanto quanto dalla fisicità di Eddie Murphy. Landis sapeva benissimo che l’ottimismo dell’era di Reagan sarebbe presto sfumato negli anni ’90 e, di riflesso, gli contrappone il fiabesco regno africano di Zamunda (per fama cinematografica pop, secondo solo al Wakanda) e fa sbarcare in America Akeem, perfetto figlio di questo regno. Quello del principe del film del 1988 è un personaggio comicamente complesso: ad Akeem non sono affidate molte battute – notevole se si pensa che Eddie Murphy era il comico più famoso del periodo – e l’effetto comico viene distillato dal confronto tra il principe educato e l’assurdità della società americana che lo circonda. È la realtà a farci ridere, non un personaggio. Possiamo parlare di comicità del contesto: Akeem è la controparte educata e regale di un mondo veloce, consumistico, bigotto e privo di morale. Dati questi presupposti per Landis è facile ironizzare sulla comunità afroamericana del Queens desiderosa di ascesa sociale, ma tarpata dalle diverse origini e dalla comunità bianca vista con gli occhi di un serioso principe africano.

Il principe cerca spunti

Veniamo al sequel. Il pretesto da cui muove la pellicola di Brewer è la mancanza di eredi maschi – Akeem ha infatti tre figlie femmine – che possano ereditare il regno di Zamunda. Il dissacrante umorismo nei confronti delle donne del film di Landis qui viene abbandonato completamente. Le figlie di Akeem sono tutte belle, colte, forti fisicamente, abili a combattere e autrici di svariate gag “Boomer vs. Gen Z”. Nonostante questo background non possono regnare perché il generale Izzi, dittatore di un confinante regno militar-cool, minaccia guerra se non avverrà un matrimonio combinato tra un figlio muto (non una singola battuta) o una figlia bellissima, copia spudorata della sorella Imani del film di Landis. Posto che un matrimonio omosessuale è fuori discussione in un regno in cui le donne non possono nemmeno aprire un’attività commerciale, occorre trovare un maschio. Ecco che il pretesto per tornare in America si fa avanti: Akeem ha un figlio negli Stati Uniti nato da un rapporto sessuale non troppo consenziente di trent’anni prima. Escludendo la rischiosità di parlare di violenza sessuale nell’era del #MeToo il fatto – come tutto il resto del film – viene sorvolato e trattato con leggerezza, quasi con fretta. Ed ecco che il trentenne americano Lavelle (Jermaine Fowler) viene portato in Africa per sposare la figlia del generale Izzi. Non siamo più nel campo di un ricco in mezzo ai poveri, ma di un povero in mezzo ai ricchi. Il film si svolge tutto a Zamunda che – a ben vedere – è una copia dorata dell’America: i costumi, la musica, le coreografie, tutto ci fa pensare ad una deriva stereotipata della cultura afroamericana contemporanea. Ovunque regna la fretta e l’autocensura: le ancelle di corte deputate al lavaggio/piacere sessuale del principe Lavelle non sono nude, ma indossano un body. La comicità per contrasto non è minimamente cercata, anzi, non viene cercata alcuna comicità. Il film si preoccupa maggiormente di rievocare il film del 1988 – addirittura con sequenze ricostruite – e di assorbirlo nella nube di autocensura. Il reverendo Brown, personaggio interpretato da Arsenio Hall, viene per ben due volte definito sessista come se fosse doveroso giustificarsi di un caratterista.

Una forzatura fuori tempo massimo

In questa necessità di buttare quanta più carne al fuoco possibile – continui riferimenti al film di Landis (basti pensare che anche l’elefantino Babar ha la sua parte), forzata reunion del cast originale e continui sponsor ad aziende americane - ad uscirne a pezzi non è tanto il film di Brewer (completamente avulso da ogni pretesa) quanto le donne, la comicità e il film di Landis. La debolezza della trama e la frettolosità con cui viene dipanata tralasciano un particolare fondamentale: la donna. Macchietta in un film corale, il ruolo femminile è prettamente comico: le poche battute riuscite sono affidate alle figlie di Akeem e alla madre di Lavelle, Mary (Leslie Jones). Il ruolo della donna è totalmente passivo tanto che non solo le figlie di Akeem sono costrette a subire l’invasione a palazzo di un figlio bastardo senza quasi battere ciglio, ma devono anche “avere bisogno di lui” e – peggio – approvare il suo comportamento. Inutile completamente negli affari del regno il personaggio della regina Lisa (Shari Headley) il cui unico moto d’orgoglio nel film è avere nostalgia del Queens.

La vera vittima è la comicità

Seconda vittima del film è la comicità. Senza il contrasto di un’Africa fiabesca e – perciò – naturalmente stereotipata, le battute stagnano nel confronto tra stereotipo afroamericano e stereotipo afroamericano traslato in Africa. Non solo mancano i presupposti per ridere, ma manca anche la volontà – spezzata dall’autocensura imperante – e il tempo per ridere completamente fagocitato dalla musica alta e dalle coreografie dispersive. Infine, l’esigenza del politically correct e di censurare tutto ciò che potrebbe essere fastidioso per l’occhio del telespettatore moderno riesce a superare un limite che difficilmente viene superato dai sequel: rovinare la pellicola originale. Il completo assopimento morale del principe Akeem, l’inutilità del personaggio della regina Lisa, la svestizione dell’aura fiabesca e regale di Zamunda e i tentativi grossolani di giustificarsi della pellicola di Landis (il sessismo del reverendo Brown) non solo rendono agghiacciante il film di Brewer, ma gettano ombre sulla fiaba di Landis, dissolvendone la magia. In tal senso il film riesce nell’unico obiettivo di essere sorprendentemente moderno: è un mix di autocensura, frettolosità, videoclip musicale, cultura pop, consumismo, mancanza di idee e di coraggio e continuo rievocare nostalgico. Forse è proprio la struttura di questa nostra società a rendere impossibile la replica del successo de Il principe cerca moglie.

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