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The Irishman è l'addio al cinema di Martin Scorsese

Sa molto di addio alle armi, almeno idealmente, il film The Irishman. Le atmosfere malinconiche, la carica dolente e tragica dei suoi interpreti, il modo in cui Martin Scorsese crea una sublime elegia della morte, tutto fa pensare che questa pellicola possa rappresentare l’opera conclusiva del maestro. Tratto dal saggio I Heard You Paint Houses (poetico eufemismo per indicare la professione di sicario) di Charles Brandt, il film più lungo di Scorsese, fresco della polemica sui cinecomic Marvel, è anche quello che mette insieme più mostri sacri.

Di cosa parla The Irishman?

Frank Sheeran (Robert De Niro) è un trasportatore ambizioso con pochi scrupoli che finisce a lavorare per Russell Bufalino (Joe Pesci), boss della mafia locale. Il loro rapporto, quasi paterno, si incrinerà quando Frank verrà messo al fianco di Jimmy Hoffa (Al Pacino), sindacalista e ammanicato di Russell.

Robert De Niro e Al Pacino sono i protagonisti di The Irishman

Robert De Niro e Al Pacino sono i protagonisti di The Irishman

La testardaggine di Jimmy nel non voler mollare il suo posto a capo del sindacato più importante d’America, soprattutto dopo essere sopravvissuto agli acerrimi nemici Kennedy, segnerà la sua fine. La scomparsa di Jimmy Hoffa è uno dei casi irrisolti più celebri degli Usa; e se è vero che, come dice De Niro nel film, negli anni Sessanta Hoffa era famoso come i Beatles, possiamo immaginare il perché.

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Dopo l'uscita al cinema, The Irishman sarà su Netflix dal 27 novembre

Hoffa rappresenta la doppiezza e l’ambiguità del sistema sociale americano, sempre in bilico tra la difesa dei diritti dei più deboli e la connivenza con i privilegi dei potenti. Frank, d’altro canto, ne rappresenta la coscienza (sporca), essendo la voce narrante e critica del film. A chi stia raccontando la sua storia, però, non è dato sapere: un vero mafioso non parla mai, neanche dopo decine di anni, neanche dopo che i protagonisti delle sue storie sono tutti morti.

Gli assi nella manica di Martin Scorsese

Ed è proprio durante la seconda parte di The Irishman, quando il rapporto tra Frank e Jimmy comincia a essere minacciato dall’ossessione di quest’ultimo per il suo lavoro, che Scorsese sfodera i suoi assi migliori. Se nella prima porzione del film abbiamo assistito all’ascesa di Frank da semplice trasportatore a sindacalista a fianco di Hoffa, ora contempliamo le conseguenze delle sue azioni.

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E non è un caso che, proprio nel giorno più bello della vita di Frank, per sua stessa ammissione, tutto inizi a finire. La parte migliore di The Irishman è proprio questa: l’intero film è la preparazione meticolosa, ricca di nomi, intrighi e sangue alla mezz’ora finale, in cui Scorsese ci dà l’impressione di congedarsi attraverso il suo attore feticcio De Niro.

Il testamento artistico di Martin Scorsese

La scelta della bara, il ragionamento sulla morte, le impacciate preghiere con il prete, il senso di colpa che fatica a manifestarsi in una mente abituata ad eseguire solo gli ordini. Tutto concorre a creare un quadro insieme comico e tragico della situazione, a cui Scorsese dà la connotazione che si confà a un mafioso: abbandonato da tutti, visitato solo dall’FBI, troppo impaurito persino per dormire con la porta chiusa.

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Ed è su una porta lasciata aperta che si conclude The Irishman, forse non l’ultimo della filmografia di Martin Scorsese ma sicuramente quello che più richiama a un testamento artistico da parte del grande regista. Che in questo film rispolvera gli attori che preferisce, inserendoli nel filone cinematografico che predilige: le grandi storie di gangster.

Robert De Niro è la voce di Scorsese

Sentire parlare tra loro in italiano De Niro e Pesci fa sorridere e insieme versare una lacrima: e non è per la tecnologia che ringiovanisce i loro volti, rendendoli capaci di interpretare il loro ruolo attraverso i decenni, ma per quell’aderenza totale alla pelle del personaggio propria degli attori della grande scuola. Da parte di Scorsese non leggiamo rimpianto in questo (presunto) addio alla cinepresa, né tantomeno una rassegnazione per il passaggio al mostro Netflix, produttore di un film che nessuno voleva finanziare. Semplicemente, i tempi sono cambiati (e non solo per il cinema americano). Come lo accetta il vecchio Frank, così lo accetta Scorsese. Conscio anche che, per quanto i tempi cambino, certe cose restano.

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