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Abbandono scolastico: il 13% degli studenti italiani non arriva alle superiori

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Nel 2020, il 13,1% degli studenti italiani ha lasciato gli studi, con la sola licenza media, senza alcuna formazione professionale. Un dato che, contestualizzato nell’area europea, è peggio di quel che potrebbe sembrare: siamo i quartultimi in assoluto nel continente, preceduti solo da Malta (16,7%), Spagna (16%) e Romania (15,6%). L’abbandono scolastico quindi è un problema serio che nasconde un sistema complesso di motivazioni relative, nella maggior parte dei casi, all’area geografica in cui si risiede, dalla condizione socio economica e della famiglia di appartenenza.

Abbandono scolastico: il divario tra Nord e Sud

Quattro sono le regioni del Sud Italia che superano abbondantemente la media italiana: prima c’è la Sicilia dove quasi il 20% dei ragazzi (il 19,4% nello specifico) non arriva a conseguire un diploma di scuola superiore, seguita da Campania (17,3%), Calabria (16,6%) e Puglia (15,6%). Sono dati che riflettono però un miglioramento sostanziale verificatosi negli ultimi anni: a eccezione della Campania che mostra un andamento stabile, in Sicilia l’abbandono scolastico si è ridotto del 3%, in Calabria del 2,4%, mentre in Puglia del 2,3% rispetto al 2019. Dietro alle percentuali, ci sono però le storie di singoli studenti che non vedono nella scuola una possibilità di emancipazione dal proprio contesto sociale, anzi un impedimento per il miglioramento del proprio background, nel migliore dei casi, o «un inutile perdita di tempo», nel peggiore.

Questo secondo aspetto emerge in modo particolarmente rilevante in un reportage curato da Emma Bubola per il New York Times che, concentrandosi nello specifico sull’area di Napoli, fa notare come molti adolescenti decidano di non proseguire gli studi perché non sufficientemente stimolati dai propri insegnanti. Non si sentono capaci di gestire il carico degli studi e lasciano per non aumentare il proprio senso di frustrazione, buttandosi precocemente nel mondo del lavoro, nella maggior parte dei casi in mansioni non specializzate, dove la ricompensa è monetaria e, quindi, tangibile. In molti casi, provengono da famiglie in cui gli stessi genitori hanno abbandonato precocemente gli studi e, sebbene spesso non desiderino lo stesso per i propri figli, non riescono a trovare un modo per incoraggiarli.

Difficile è gestire queste circostanze anche dal lato della scuola: in Italia, l’obbligo scolastico è fissato a 16 anni, quindi se è un dirigente ravvisa una prolungata assenza di un alunno prima di questa età può avviare una procedura, insieme a Servizi sociali e Polizia Municipale, per tentare di riportarlo tra i banchi di scuola e rilevare se ci sono situazioni di disagio economico e sociale. Però, nulla di più perché, dopo la depenalizzazione avvenuta nel 2010, non è previsto alcun procedimento penale a carico dei genitori e, persi nei meandri della burocrazia italiana, queste situazioni ristagnano senza trovare una soluzione efficace.

Il digital divide che pesa sul futuro scolastico

L’Unione Europea, nel 2010, nel suo documento programmatico Strategia Europa 2020, aveva fissato dei target ben precisi per i paesi membri: scendere sotto il 10% di abbandono scolastico entro il 2020. Obiettivo mancato per l’Italia che, più di altri, ha risentito della chiusura delle scuole dovute all’esplosione del virus SARS-CoV-2. La Covid-19 ha amplificato il problema anche a causa di una digitalizzazione non proprio capillare nel nostro Paese. Come dimostra un rapporto curato da Openpolis, il 12,3% dei giovani tra 6 e 17 anni non ha un computer a casa, quota che arriva al 20% se parliamo del Sud Italia. Il 57%, pur in presenza di un pc in casa, non ha un suo dispositivo personale e quindi deve condividerlo con gli altri componenti della famiglia e, infine, la banda larga non è presente in tutte le famiglie (il dato parla di 84% di diffusione) e questo crea notevoli difficoltà nel seguire lezioni online e in streaming.

Durante i mesi del lockdown sono rimasti a casa circa 8 milioni e mezzo di studenti di ogni ordine e grado di istruzione: chi non aveva a disposizione una connessione veloce, un dispositivo adatto o un supporto nell’utilizzo delle piattaforme digitali si è ritrovato emarginato, incapace di proseguire con gli studi come gli altri compagni di classe e abbandonato, in buona sostanza, al proprio destino. Durante lo stesso periodo, nei paesi dei Balcani – dove la percentuale di abbandono è molto bassa, ma la banda larga è poco diffusa, soprattutto in particolari zone – si è optato per l’utilizzo dei canali televisivi come soluzione alternativa per l’apprendimento, proprio con l’obiettivo di coinvolgere la platea più ampia possibile di studenti senza lasciare nessuno indietro. Mancanza di digitalizzazione ha significato pertanto mancanza di un apprendimento adeguato che ha spinto molti alunni ad abbandonare definitivamente la scuola, evidenziando quanto sia influente la carenza di infrastrutture digitali per l’acquisizione di strumenti e competenze necessarie nel percorso formativo degli studenti.

L'abbandono senza abbandono

Assenza di formazione spendibile sul mondo del lavoro e un background culturale carente. Sono queste le conseguenze principali dell’abbandono scolastico, ma si può parlare di qualcosa di molto simile anche per chi continua a frequentare regolarmente la scuola. Le ultime prove Invalsi – test standardizzati somministrati dal Ministero dell’Istruzione per valutare il livello di preparazione degli alunni italiani – mostrano che il 39% degli studenti delle medie non raggiunge risultati adeguati in italiano e il 45% in matematica. Percentuali che crescono quando si tratta delle superiori: 44% in italiano contro il 51%. In media, circa la metà dei ragazzi non possiede le competenze adatte al proprio grado di istruzione e scolarizzazione.

Spesso sono lacune che non si recuperano più, anzi aumentano con il proseguo degli studi. Risultato? In Italia, circa il 28% della popolazione, stando all’ultima rilevazione Piaac-Ocse, rientra nella fascia degli analfabeti funzionali cioè persone che non sono in grado di comprendere e usare le informazioni che si ricevono nella vita di tutti i giorni perché non possiedono sufficienti abilità nella lettura, nella comprensione del testo o nel calcolo. Se pensate che le conseguenze siano micro o solo strettamente legate alla persona e alla sua possibilità di migliorare sul lavoro, vi sbagliate: la diffusione ampia e pericolosa delle fake news vi dice qualcosa?

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