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Le storie delle Olimpiadi che hanno cambiato la società

Da sempre le grandi competizioni sportive sono un segno e un motore dei cambiamenti del nostro tempo. Le Olimpiadi di Tokyo 2020 non smentiscono questo assunto e confermano due trend ormai dominanti nel dibattito pubblico: l’emersione del mondo LGBT e la battaglia per la parità di genere. Questa edizione olimpica sarà, infatti, la più arcobaleno di sempre, con 142 atleti apertamente LGBT, un record rispetto ai 53 di Rio 2016, ai 23 di Londra 2012 e ai 10 di Pechino 2008. Sarà l’esordio della prima atleta transessuale, la sollevatrice di pesi Laurel Hubbard.

Aumenta anche la presenza delle donne, dopo un lungo secolo di disparità. Da Londra 2012, con l’introduzione del pugilato femminile, le donne hanno raggiunto lo stesso numero di discipline degli uomini ma ancora non la stessa partecipazione. Quest’anno la squadra inglese, per la prima volta, sarà composta in maggioranza da donne ma, nel contesto generale, dovremo attendere Parigi 2024 per avere lo stesso numero di atleti e atlete alle Olimpiadi. Andando a ritroso nel tempo, quattro storie olimpiche emergono sulle altre: quattro storie che hanno segnato svolte importanti o lanciato segnali coraggiosi per battaglie sociali del presente.

Jesse Owens, l’afroamericano che battè Hitler

Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino 1936

Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino 1936

Jesse Owens era un ragazzino costretto ad arrangiarsi per vivere con pochissimo, come milioni di altri afroamericani. Ma, nel 1933, attirò l’attenzione del mondo sportivo. Il suo talento atletico gli permise di entrare all’Università dell’Ohio e, il 25 maggio del 1935, al Big Ten meet nel Michigan eguagliò o superò sei record mondiali nell’arco di soli 45 minuti. Jesse diventò, così, la punta di diamante della squadra olimpica americana a Berlino l’anno seguente. Le Olimpiadi naziste del 1936 avrebbero dovuto essere il simbolo della grandezza hitleriana e della superiorità della razza ariana sulle altre. Ma Jesse Owens dominò l’evento, conquistando quattro medaglie d’oro, un vero record che sarà battuto solo a Los Angeles nel 1984 da Carl Lewis. Ma i suoi trionfi non cambiarono l’amara realtà della vita di Owens come nero negli USA. «Al mio ritorno a casa con le mie quattro medaglie» disse Jesse (il cui vero nome era James Cleveland Owens) «diventò sempre più evidente che tutti erano più che pronti a darmi una pacca sulla spalla o a stringermi la mano o persino a invitarmi a casa loro. Ma nessuno aveva alcuna intenzione di offrirmi un lavoro».

Il “Lampo d’ebano” fu quindi costretto a svendere le sue abilità atletiche in competizioni più per fenomeni da baraccone che per eroi nazionali. Persino il presidente democratico Roosevelt, impegnato in una campagna elettorale nel Sud, evitò di incontrare Owens. Solo nel 1976, quarant’anni dopo le sue vittorie, il presidente repubblicano Gerald Ford lo decorò la Medaglia presidenziale della libertà. «Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo» disse Ford, «mostrando al mondo che un afroamericano appartiene al mondo dell’atletica». Tuttavia non erano più i tempi di atleti neri come Jesse Owens. Negli anni ’60 erano emersi personaggi come Martin Luther King e Malcolm X, nello sport Mohammed Alì e Tommie Smith e John Carlos che, con il loro pugno alzato alle Olimpiadi di Città del Messico, avevano portato le Pantere Nere sul podio.

Ludwig Guttman, il neurologo che curò i reduci di guerra con lo sport

I primi giochi paralimpici a Roma nel 1960

I primi giochi paralimpici a Roma nel 1960

Ludwig Guttman è l’uomo a cui dobbiamo i Giochi paralimpici (con un piccolo aiuto dell’Italia). Neurologo dall’intuito straordinario, nato in Germania, comprese lo stretto legame tra mente e corpo nella cura dei reduci di guerra. Guttman avrebbe potuto aiutare migliaia di soldati tedeschi usciti dalla Seconda Guerra Mondiale ma, essendo ebreo, dovette rinunciare alla cattedra e fuggire dalla Germania nazista nel 1939, per rifugiarsi nel Regno Unito. Qui, nel 1943, divenne direttore di un centro per piloti della Royal Air Force con lesioni alla colonna vertebrale a Stoke Mandeville. Fu in questo centro, nella campagna di Aylesbury a nord ovest di Londra, che Guttman propose ai reduci lo sport come terapia riabilitativa, sia fisica che psicologica. Nel luglio del 1948 organizzò i primi Giochi di Stoke Mandeville in contemporanea con le Olimpiadi che si tenevano poco lontano, a Londra. A quella prima edizione parteciparono solo atleti in sedia a rotelle, ma con gli anni si aggiunsero anche sportivi con disabilità diverse. I Giochi del 1952 videro la partecipazione anche di atleti olandesi diventando, così, internazionali.

Nel 1958 un medico italiano, Antonio Maglio, propose a Guttman di disputare l’edizione del 1960 a Roma, in contemporanea con le Olimpiadi. Questa svolta decretò il successo mondiale dei giochi. A Roma arrivarono 400 atleti di 23 nazioni diverse per quelli che furono chiamati Giochi Internazionali per Paraplegici. Nel 1984, quattro anni dopo la morte di Guttman, il Comitato Olimpico li trasformò nei Giochi Paralimpici e diede vita al Comitato Paralimpico Internazionale. Oggi i GP contano 23 discipline, 4.300 atleti da 176 nazioni. «C’è stato un cambiamento culturale, di cui i Giochi sono in parte causa ed effetto» ha spiegato il giornalista Stefano Caredda. «Fino a qualche anno fa, si esaltava il loro aspetto sociale. Adesso invece la disabilità è meno centrale, mentre lo è molto di più l’aspetto agonistico».

Tommie Smith e John Carlos, le Pantere Nere a Città del Messico

Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968

Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968

16 ottobre del 1968. Ad aprile era stato assassinato Martin Luther King, a giugno Bobby Kennedy. Alle Olimpiadi di Città del Messico l’atleta statunitense Tommie Smith, in rimonta sugli altri concorrenti, ha vinto la finale dei 200 metri piani, assicurandosi la medaglia d’oro. Dietro di lui Peter Norman, atleta australiano, e al terzo posto il compagno di squadra di Smith, John Carlos. Smith stabilì il nuovo record del mondo con 19,83 secondi, tagliando il traguardo con le braccia tese al cielo e uno splendido sorriso. Il cerimoniale dopo la gara prevede podio, medaglie e inno. Un classico. «Dovevo salire sul podio, guardare la bandiera con la mano sul cuore per esprimere quanto fossi orgoglioso e quanto quella bandiera mi rappresentasse? No, per me non era così», disse poi Smith in un’intervista anni dopo. Smith e Carlos salirono sul podio: entrambi guardavano a terra, nessuna felicità traspariva dalla loro espressione. Alzarono le braccia al cielo, Smith quello destro e Carlos quello sinistro. Indossavano guanti neri. La foto scattata in quel momento diventerà un simbolo pop.

I guanti neri furono immediatamente ricondotti al movimento Black Power e alle Pantere Nere, ma Smith precisò: era un segno di protesta, una richiesta di più estesi diritti civili. Anche il secondo classificato Norman partecipò alla loro silenziosa protesta, mostrando una spilla dell’OPHR (Olympic Project for Human Rights), campagna sociale guidata dal teorico Harry Edwards, che in un primo momento chiedeva agli atleti neri di boicottare i giochi. Prima di diventare simboli (ed essere citati da rapper come Jay-Z e Kendrick Lamar), Smith e Carlos dovettero difendersi: il Comitato Olimpico chiese la loro sospensione perché avevano osato manifestare concetti politici durante i Giochi, e rientrati negli Stati Uniti furono presi di mira. Lo stesso avvenne anche a Norman in Australia, che non fu più incluso nelle squadre olimpiche. I tre si incontrarono per l’ultima volta nel 2006: Smith e Carlos vollero portare a spalla la bara di Norman, il loro avversario che si era mostrato solidale nella battaglia più importante.

Nawal el Moutawakel, le donne musulmane conquistano l’oro

Nawal el Moutawakel alle Olimpiadi del 1984

Nawal el Moutawakel alle Olimpiadi del 1984

È l’afoso agosto del 1984 e ai Giochi di Los Angeles la marocchina Nawal el Moutawakel ha appena tagliato il traguardo nei 400 ostacoli nel Coliseum Stadium, battendo record personali e culturali. Nawal è stata, infatti, la prima donna musulmana e il primo atleta marocchino a vincere un oro alle Olimpiadi. «Siamo tutti molto orgogliosi di te. L’intero Paese è in festa», le dice al telefono re Hassan II, rimasto sveglio tutta la notte per non perdersi la corsa in televisione. Non solo. Per festeggiare l’evento, come nelle migliori favole, il re decreta che ogni bambina nata quel giorno si chiami Nawal.

Oggi Nawal è membro esecutivo del Comitato Olimpico, dopo essere stataMinistronel suo Paese. A dimostrazione che lo sport è anche politica, l’atleta marocchina è diventata un’icona per tutte le donne musulmane. «Le donne mi scrivevano per quello che avevo fatto per loro con lo sport. Ragazze con e senza il velo mi raccontavano che grazie a me si erano sentite liberate e che sentivano nel loro profondo di aver corso al mio fianco», dirà Nawal. In pochi mesi la sua casella postale è invasa da migliaia di lettere.

Quella di el Moutawakel è stata la prima volta dei 400 a ostacoli femminili: una prima volta spiazzante, che ha visto sul podio un’emozionata ragazzina di 21 anni vestita di rosso e verde, con i capelli neri al vento. E che ha inaugurato una nuova epoca per la cultura sportiva. Perché, come dichiarato da Nawal in un’intervista, «l'Olimpismo è una filosofia di vita, che esalta e unisce, in un insieme equilibrato, le qualità del corpo, della volontà e dell'anima».

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