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Atleti e militari. Perché gli sportivi italiani scelgono di arruolarsi

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Lontano dalle luci della ribalta calcistica, fatta di sponsor, televisioni e stipendi milionari, esiste un mondo sportivo vittima della precarietà. È l’ambiente dell’atletica e dei cosiddetti “sport minori” che, però, valgono l’oro alle Olimpiadi. Certo, pochi pagano una medaglia olimpica quanto l'Italia: fino a 180mila euro per un oro, 90mila per l’argento e 60mila per il bronzo. Ma per gli atleti sono introiti una tantum, che arrivano, se va bene, ogni quattro anni (e che sono tassati al 42%). Nel frattempo ci sono gli affitti e le bollette da pagare e se ci si allena non c’è tempo di fare un altro lavoro. L’unica opzione, allora, è entrare nelle forze armate e dell'ordine, che garantiscono una carriera, stabilità economica e strutture competitive. Diventare un “atleta di stato” per restare un atleta. Una scelta in bilico tra necessità e tradizione.

Perché si diventa atleti militari

Il medagliere italiano delle Olimpiadi di Tokyo 2020 vale 5 milioni di euro di soldi pubblici ai vincitori. Guadagni occasionali per i tanti che non rientrano nella categoria dei professionisti veri e propri. Lo aveva fatto notare già Federica Pellegrini otto anni fa, quando twittava: «3.000 euro. Questo è quello che ho guadagnato vincendo 2 mondiali con 3 record del mondo in una sola edizione!». Oggi la Pellegrini, alla sua ultima gara olimpica, è una delle sportive professioniste che, in Italia, guadagna meglio. Ma è più un’eccezione che la regola. Nel nostro paese, se non pratichi, a livello alti, uno dei tre sport più popolari (calcio, basket e pallavolo, in qualche caso anche nuoto), la vita può essere davvero dura.

Gli atleti scelgono, quindi, di arruolarsi per poter praticare la loro disciplina. Diventando così atleti militari o “atleti di stato”. Entrano, cioè, nei vari gruppi sportivi delle forze armate, con un concorso pubblico, e percepiscono lo stipendio di un comune dipendente dello stato. La busta paga cresce negli anni con gli scatti di anzianità. Qualche volta si aggiungono finanziamenti, borse di studio e qualche sponsor. Ma «un atleta italiano farà sempre fatica a guadagnare tanto, in qualsiasi disciplina» ha dichiarato il Gruppo Sportivo Fiamme Gialle all’indomani della prima grande vittoria del suo membro Gianmarco Tamberi. «Lo stipendio mensile è quello di un finanziere normale (circa 1.400 euro al mese, ndr) e le uniche possibilità di guadagno ulteriore arrivano dagli sponsor e dai risultati sportivi». Gli sponsor, però, sono limitati dai vincoli del contratto statale.

Inoltre «se i piazzamenti non sono costanti, se la carriera è breve e non si riesce a restare ad alto livello per tanti anni, non verrà mai valorizzato a dovere tutto il lavoro fatto negli anni. Non basta una vittoria a cambiarti la vita» conclude il Gruppo. Un sistema molto diverso da quello francese, inglese o americano, dove esiste uno spiccato professionismo e il sistema economico intorno agli sportivi è ricco e funzionale. Così, su 384 atleti italiani presenti alle Olimpiadi di Tokyo 2020, 129 sono militari: 47 dell'Esercito Italiano, 14 della Marina Militare, 30 dell'Aeronautica Militare e 38 dell'Arma dei Carabinieri. A questi si aggiungono, poi, quelli dei corpi di polizia (come i 72 delle Fiamme Oro di cui fa parte Marcell Jacobs) e dei Vigili del fuoco. Questi ultimi hanno mandato almeno un atleta a tutte le Olimpiadi, per ottant’anni consecutivi, dal 1920 al 2008, tra cui Yuri Chechi, diventato uno dei più famosi atleti italiani al mondo.

Tradizioni e investimenti

L’atletismo di stato, però, non è solo frutto di un sistema sportivo relativamente poco strutturato. Una lunghissima tradizione ha reso le forze armate e quelle dell’ordine protagoniste dell’agonismo nazionale. I tre corpi di Esercito, Marina e Guardia di Finanza sono presenti nelle competizioni internazionali fin dalle prime Olimpiadi. Già nell’edizione del 1908, a Londra, il marinaio italiano Enrico Porro vinse una medaglia d’oro nella lotta greco-romana. Con gli anni si sono aggiunti anche gli altri corpi (tra gli ultimi, la polizia penitenziaria che ha iniziato a occuparsi di sport nel 1985 e l’Aeronautica militare che ha inviato il primo atleta alle Olimpiadi di Seul nel 1988).

Negli ultimi vent'anni, lo stato ha iniziato a normare questo campo riconoscendo la possibilità, per corpi armati e forze di polizia, di arruolare atleti con risultati di livello nazionale. Oggi i corpi dell’esercito sono un'eccellenza nella preparazione sportiva. L’Esercito ha sei diverse strutture per gli allenamenti, di cui una, nella caserma Silvano Abba di Roma, dedicata agli sport olimpici, alla quale si aggiungono le altre dedicate a sport invernali, equitazione, motonautica e ai Giochi Militari. Il Centro Sportivo dell’Esercito, che gestisce tutte le attività sportive, ha, oggi, più di sessant’anni di storia. Per questo livello di strutture e mezzi, tanti sportivi italiani scelgono le forze armate o dell’ordine per poter proseguire la propria carriera. Ma come si diventa atleta di stato?

Come si diventa atleta militare

La prassi è passare, prima di tutto, da un concorso, che viene bandito periodicamente dalle varie forze. È, in genere, riservato agli atleti tra i 17 e i 35 anni che hanno già ottenuto “risultati agonistici almeno di livello nazionale certificati dal CONI”. Il contratto più diffuso è come volontari in ferma prefissata quadriennale. L’addestramento comprende anche le attività militari di base, che si accompagnano agli allenamenti nei centri sportivi dei vari corpi.

Gli atleti hanno grado e stipendio pari a quello di chi è in servizio nelle forze armate e ogni due anni sono sottoposti a un controllo che rinnova la loro appartenenza ai programmi. Quando finiscono la carriera o non sono più idonei allo sport, gli atleti di stato possono restare nel corpo, lavorando in altri settori oppure andando in pensione.

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